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Nome sezione: Articoli

 

sottotitolo: Capitalismo

 

 

Pubblicato sulla rivista Nuestra América

 

 

PROSPETTIVE DI SVILUPPO SOSTENIBILE PER IL

 SOCIALISMO DEL XXI SECOLO

 

Linee guida di lettura dell’ultimo libro curato da Luciano Vasapollo, Capitale, Natura e Lavoro -L’esperienza di Nuestra América-.

 

di Enzo Di Brango

 

Inserire il sostantivo “Natura” tra “Capitale” e “Lavoro”, o meglio, nel conflitto capitale-lavoro, rappresenta un elemento aggiuntivo per comprendere a fondo le dinamiche sviluppiste di questo ultimo quarto di secolo. Una chiave di lettura coerente con la traiettoria politica di Luciano Vasapollo, ma anche assolutamente aderente alla realtà che viviamo. Via via che si scorrono le pagine di questo libro, ci si delinea uno scenario più che nitido del possibile, atroce, approdo dell’umanità: la distruzione di ogni forma di vita sul pianeta. Schierarsi con la natura, quindi, battersi per una migliore qualità della vita, oggi coincide, essenzialmente, con la lotta contro il capitale.

 

1) L’INTRODUZIONE DI LUCIANO VASAPOLLO

 

Sviluppo e progresso non sono due facce della stessa medaglia

Tra la fine del XX°  secolo e l’inizio del nuovo millennio la tendenza allo sviluppo fuori dalle regole essenziali poste alla base della qualità della vita, ha fatto definitivamente tramontare l’ipotesi di un avanzamento del modello di capitalismo renano, sicuramente più temperato anche se sempre di capitalismo si tratta, a vantaggio di un capitalismo selvaggio, latore di sciagure sia dal punto di vista sociale che ambientale. Un modello di sviluppo che poggia essenzialmente sull’allargamento del sottosviluppo per larghi strati della società; sviluppo e sottosviluppo rappresentano le due facce del processo di dominio e di espansione del capitalismo selvaggio[1].

Al proposito, da tempo lo stesso Vasapollo parla di sviluppismo quantitativo, ossia di politiche di sviluppo tendenti a creare una enorme quantità di beni aldilà non solo dei reali bisogni delle popolazioni ma soprattutto della stessa sostenibilità ambientale: un crimine deliberato messo in atto da un’oligarchia di potenti mercanti che nel suo correre sfrenato verso la conquista del massimo profitto non fa altro che rappresentare il proprio interesse. Questo avviene perché «Durante la storia l’idea dello sviluppo è stata concepita nella sua dimensione essenzialmente economica; la teoria dello sviluppo rimase legata alla sua concezione neoclassica della crescita economica, cioè alla sua identificazione con la crescita della ricchezza»[2]. E così, partendo da tale sconsiderato teorema, l’idea di sviluppo viene a confondersi, a coincidere con quella di progresso che, invece, al proprio interno contiene tutta una serie di valori non sempre assimilabili al concetto di sviluppo. Come correttamente scrive Hosea Jaffe se si confondono sviluppo e progresso il concetto stesso di progresso diviene una parodia di se stesso quando lo si intende solo come un «procedere sempre più veloci, produrre sempre di più in un anno, in un giorno, o perfino in un secondo, conquistare sempre più spazio e, il più pericoloso ed erroneo dei significati, l’idea che la specie umana possa ‘controllare’, finanche ‘dominare’, la propria fonte originaria, la preistoria e l’ambiente, la ‘natura’ stessa»[3].

Se appare un’idea dominante quella del progresso insito automaticamente nello sviluppo (come pratica dello sviluppismo quantitativo) appare fin troppo ovvio che l’uso spropositato delle risorse naturali necessarie, potrà determinare conseguenze nefaste per l’umanità, minando alle fondamenta la possibilità di sopravvivenza di ognuno di noi.

Già oggi (e lo si riscontra nel lessico quotidiano di politici ed economisti di impostazione neoclassica e/o liberale) l’uomo, come soggetto attivo nella società, è divenuto “capitale umano” e la natura si è trasformata in “capitale naturale”; quasi a voler segnare, da subito, non un ruolo attivo nel modo di produzione capitalistico, ma l’inevitabile destino di entrambi se il neoliberismo dovesse procedere sempre più velocemente verso il saccheggio anche dell’ultimo metro di terra disponibile, verso il risucchio dell’ultima goccia di acqua, verso l’inalazione dell’ultimo alito di ossigeno.

 

L’accaparramento mondiale di beni e servizi

La tendenza alla progressiva eliminazione di ogni forma di garanzia sociale e di protezione ambientale è conditio sine qua non per favorire la corsa all’arricchimento delle poche lobbies dei paesi sviluppati, dove si stanno creando condizioni favorevoli per il supersfruttamento dell’uomo e dell’ambiente che lo circonda. Sempre più ampi settori dei servizi vengono privatizzati generando così profitti sullo sfruttamento di una forza-lavoro precarizzata e senza potere contrattuale; la sanità, i trasporti, finanche la stessa acqua potabile va vieppiù concentrandosi nelle avide mani di gente che risponde alle sole leggi del mercato, leggi, tra l’altro, emanate da soggetti ed istituzioni assolutamente complementari ed assoggettate al capitale che non rappresentano mai un ostacolo (o magari solo un condizionamento) ai processi di accumulazione.

 

«Il fenomeno delle privatizzazioni - scrive Vasapollo - che ha caratterizzato questi ultimi vent’anni si è manifestato nei vari paesi europei con diversa modalità e intensità, proprio come necessità dei diversi modelli di capitalismo internazionale di mettere in discussione le conquiste del movimento operaio, iniziando dal considerare come incompatibili le politiche di mediazione economico-sociali di stampo keynesiano.

Si comincia così a configurare un ruolo dello Stato non più in funzione di regolatore e mediatore del conflitto, ma uno Stato-Impresa, che abbatte pian piano il Welfare State, che distrugge con le privatizzazioni il ruolo dell’economia pubblica; un Profit State che trasmette in tutto il tessuto sociale l’idea-forza delle compatibilità d’impresa, della competitività del mercato, del profitto»[4].

 

E quand’anche si dovessero generare vincoli nazionali la strada della delocalizzazione rimane la via privilegiata, specie per quelle aziende prive di scrupoli che, oltre a poter contare, fuori dagli ambiti nazionali, su manodopera a basso costo e su spazi più ampi (magari anche incontaminati), risolve contestualmente anche il problema dello smaltimento dei rifiuti industriali e l’emissione di gas a effetto serra, riversandoli in aree di paesi in via di sviluppo la cui legislazione è ancora poco attenta alla conservazione e protezione ambientale.

Non esiste, per altro, un contraltare positivo in altri settori produttivi. Se i servizi finiscono inevitabilmente, magari con un processo lento ma continuo, nelle mani di singoli o joint venture appositamente costruite per accaparrarsi le “fette ricche” del sistema produttivo, il settore agricolo denota tutta una serie di problemi che vanno sommandosi nel tempo. Conta già svariati anni la pratica ignobile dell’uso sconsiderato di pesticidi e fertilizzanti tossici, che oltre ad alterare la qualità dei prodotti spesso finiscono per inquinare corsi d’acqua e terreni una volta fertili ed intonsi; ad essa, in questi ultimi tempi, si va ad aggiungere una sorta di politica neo-colonizzatrice legata all’acquisizione di coltivazioni utilizzabili per la produzione di agro-combustibili.

L’idea massmediatica della globalizzazione, che ha stregato anche alcuni settori della sinistra non solo italiana, rappresenta quotidianamente un mondo che si avvia a generare ricchezza e benessere per tutti, un mondo che in breve tempo si affrancherà dal bisogno. In realtà il sistema capitalistico, per poter sopravvivere e rigenerarsi, i bisogni deve crearli continuamente attraverso l’introduzione sui mercati di merci il cui valore di scambio spesso sfora i parametri di spesa di lavoratori vieppiù precarizzati, di interi settori della società emarginati, finanche di coloro che, fino a pochi anni fa, si ritenevano legittimamente assunti nell’alveo della borghesia contando su un impiego sicuro e su salari assolutamente sufficienti ad assolvere il compito della quotidiana sussistenza.

 

Sotto la minaccia di una catastrofe naturale

Solo davanti ai sempre più allarmanti richiami del mondo scientifico e di enti ed associazioni che si occupano della salvaguardia dell’ambiente, il mondo politico sembra orientato, se non a ridiscutere i parametri attuali di sviluppo, almeno a prendere in considerazione quanto sta avvenendo sul pianeta. Ma spesso la preoccupazione per la sostenibilità ambientale dei paesi a capitalismo maturo coincide con una serie di pseudo-rimedi o protocolli (spesso inapplicati) che lasciano intatto il modo di produzione attuale teso al massimo profitto. Ne sono esempi il protocollo di Kyoto del 1997 e l’ultimo vertice Ocse a Parigi del giugno 2008.

Nonostante le belle parole, gli impegni e le promesse, nei 15 anni che vanno dal 1990 al 2005 la Spagna ha avuto una variazione del 53,3% in più nell’emissione dei gas serra, seguita dall’Australia e dal Canada con poco più del 25%, da Stati Uniti e Gran Bretagna con il 16,3% e dall’Italia con il 12,1%. Nel rapporto dell’UNDP[5] del 2007 si legge testualmente: «Se gli abitanti del mondo in via di sviluppo avessero prodotto emissione di anidride carbonica pro capite pari a quello degli abitanti del Nordamerica, avremmo avuto bisogno dell’atmosfera di nove pianeti per affrontarne le conseguenze».

L’aria, l’acqua, la terra ed il mare sono indicatori (purtroppo insostituibili) del livello di inquinamento generato dal modo di produzione capitalistico ai tempi della globalizzazione neoliberista. Se continueremo ai ritmi attuali tra poco meno di 25 anni la metà della popolazione mondiale patirà la mancanza di acqua, mentre il livello del mare è già aumentato tra i 10 ed i 20 cm. negli ultimi 100 anni. Anche il riscaldamento globale non fa sconti ed è la principale causa della recrudescenza di uragani e mortali ondate di calore (nel 2003 si registrarono 4.900 morti in Italia e 35.000 in tutta l’Europa proprio per il caldo).

Nel frattempo la spesa pubblica tocca il suo picco alla voce “guerre umanitarie” che in realtà rappresentano la nuova faccia del colonialismo: petrolio, diamanti, uranio e materie prime per agro-combustibili da accaparrarsi ad ogni costo.

 

L’esperienza di Nuestra América

Luciano Vasapollo ricostruisce in questo libro, attraverso l’esperienza di anni di rapporti con Cuba ed i movimenti dei paesi latinoamericani, un percorso che va dalla resistenza attiva alle trasformazioni capitalistiche, alla attuazione di piani e programmi che rappresentano i prodromi di quello che oggi va consolidandosi come il Socialismo del XXI° secolo.

A parlare sono per lo più professori universitari di Cuba e del Brasile, del Venezuela e del Messico, dell’Argentina e della Bolivia, della Colombia e di Portorico; non mancano poi interventi di intellettuali europei spagnoli, inglesi e del nostro Cestes (lo stesso Vasapollo e Rita Martufi).

Attraverso le lotte in atto che hanno portato all’avanzamento complessivo della sinistra ed a una sostanziale e generalizzata affermazione di governi progressisti, gli attori in campo, i poveri delle metropoli, i contadini, gli operai, gli impiegati ed i disoccupati vanno ridelineando una composizione di classe necessaria per riempire di contenuti le battaglie giornaliere contro le privatizzazioni, contro l’accaparramento sconsiderato delle materie prime.

«Lavorare su questa ricomposizione internazionale - scrive Vasapollo nell’introduzione - sfruttando la dimensione globalizzante del capitale, acutizzandone tutte le contraddizioni insite anche nello stretto collegamento internazionale della produzione e della creazione del profitto, è un obiettivo strategico che bisogna avere ben presente e sul quale bisogna orientare la coscienza dei lavoratori, partendo dal fatto che le lotte sindacali e sociali, come la dimensione della produzione, hanno ormai un ambito internazionale che travalica i confini di ogni singolo paese; questo significa concretizzare e internazionalizzare la proposta del socialismo del XXI secolo».

 

 

 

2) GLI AUTORI

 

Gilberto J. Cabrera Trimiño: Globalizzazione neoliberista: economia e ambiente come grande contraddizione

In questo articolo si pongono riflessioni sulla relazione tra la globalizzazione neoliberista, l’economia e l’ambiente come grande contraddizione. Per Trimiño ci troviamo davanti ad una nuova colonizzazione e conquista dei paesi poveri non solo attraverso le pallottole, ma anche con metodi più raffinati e più criminali. Ciò è devastante per l’ambiente poiché è proprio nei paesi del cosiddetto “Terzo Mondo” ove insiste la maggiore diversità.

La dominazione e lo sfruttamento di tali territori sta producendo, in maniera progressiva, un incremento della temperatura, del contenuto di vapore acqueo nell’atmosfera, del riscaldamento degli oceani, della frequenza di precipitazioni intense e dell’intensità dei cicloni tropicali; mentre si registra una diminuzione della massa dei ghiacciai.

Ciò dimostra che il modello attuale di sviluppo ha fallito nei suoi obiettivi di sostenibilità e che vanno tenute in considerazione le lotte dei movimenti contro la globalizzazione neoliberista, per la democrazia partecipativa e i diritti sociali, per l’uguaglianza e la sovranità alimentare.

 

Rita Martufi e Luciano Vasapollo: Riferimenti teorici contro la pratica della globalizzazione “snaturata”

A poco valgono le teorie ecologiche più o meno imbellettate se non sono interne a quelle teorie di alternativa al capitalismo che dialogano in un continuo interscambio con quei partiti politici, le associazioni e le organizzazioni sindacali di classe e di base e i movimenti di lotta che assumono la prospettiva della costruzione di un sistema socialista internazionale. Perciò, secondo gli autori, c’è bisogno di un ritorno ai padri del marxismo perché la questione modelli di sviluppo-impatto ambientale sia parte integrante dei nodi del conflitto di classe. Per Marx, infatti, l’inquinamento è un costo di classe ossia pesa solo su alcune classi sociali. Le sole classi povere sono colpite dall’inquinamento poiché i lavoratori sono costretti a vivere nelle città o nei pressi delle fabbriche, in luoghi, cioè, ad alta concentrazione di inquinamento. E mentre la salute dei lavoratori viene messa in discussione, il capitale non pone in essere nessuna misura di salvaguardia per evitare di accollarsi ulteriori spese di produzione.

È tuttavia significativa  la ripresa delle lotte dei movimenti e la resistenza alla competizione globale; dai piqueteros e dai lavoratori che autogestiscono fabbriche in Argentina, ai Sem Terra in Brasile, agli indigeni in Bolivia ed in Ecuador. È la sinistra di classe che sta realizzando le condizioni per nuove forme di opposizione in America Latina contro il neoliberismo e l’imperialismo, contro il modo di produzione capitalistico nei percorsi di costruzione e transizione al socialismo del XXI secolo.

 

Luis Tapia Mealla: Forma primordiale e rapporti con la natura

Tapia, riproponendo ed attualizzando il pensiero del boliviano René Zavaleta, ci porta ad una serie di considerazioni estremamente interessanti nell’ottica di una interpretazione dialettico-filosofica del rapporto tra comunità e natura. L’autore ripropone il concetto di forma primordiale, ereditandolo dal pensiero di Hegel e dalle successive interpretazioni di Marx e Gramsci, per ridisegnare l’insieme di relazioni tra la forma di vita politica, le strutture delle relazioni sociali e il modo in cui le collettività si rapportano con la natura e la trasformano. I casi tipici delle comunità latinoamericane, analizzati all’interno di questo schema, dimostrano che il capitalismo è il principale modo di rompere il tempo ciclico proprio delle società contadine, instaurando forme di accelerazione dei processi produttivi e di distanziamento rispetto ai cicli naturali perché, in ultima analisi, lo sfruttamento di nuovi e più grandi spazi naturali e sociali non si pone come obiettivo quello di raggiungere un equilibrio sociale, concentrando in pochi spazi dominanti le risorse necessarie ad altri territori e società per la loro semplice riproduzione.

 

Joaquín Arriola: Mercato e valorizzazione delle risorse naturali. I limiti della crescita del capitale

Il capitalismo prende in considerazione una sola fonte di ricchezza sociale: il lavoro, trascurando l’altra fonte, la natura. Questo perché la considerazione dei rapporti tra produzione di ricchezza sociale e natura si può portare avanti solo in un sistema che trascenda dalle regole di mercato come elemento di valutazione. Troppi sono oggi i dati che generano un diffuso allarme: le emissioni di gas ad effetto serra, le emissioni industriali, l’accesso ai beni comuni come l’acqua potabile negata già ad un miliardo e 200 milioni di persone; altri 840 milioni di uomini e donne sono malnutriti di cui ben 200 milioni sono bambini sotto i cinque anni. Nelle metropoli si concentra una percentuale crescente di miseria e povertà, determinando effetti disastrosi all’ambiente, tra poco tempo si stima che circa 3 miliardi di persone vivranno in ambienti malsani. È per questi motivi che il ricorso alla metodologia di analisi marxista può contribuire a trovare soluzioni idonee per risalire dalla china cui lo sviluppismo capitalista ci ha condannato. È necessario pertanto mettere in atto una strategia che preveda di far pagare l’inquinamento a chi lo produce, liberare il lavoro dall’attuale stato di subordinazione perché possa liberare tutte le sue caratteristiche positive. Bisogna, in ultima analisi, mettere in discussione la logica della proprietà privata sulla natura.

 

Atilio A. Boron: Energia e capitalismo: il futuro di un’illusione

Il sociologo argentino focalizza la sua attenzione al processo di mercificazione che vuole  trasformare i prodotti alimentari in agrocombustibili. Scrive Boron: “La peculiarità del capitalismo è quella di essere l’unico sistema nella storia dell’umanità dominato da una tendenza internamente incontenibile verso la mercificazione di tutti gli aspetti e delle componenti della vita sociale”. Infatti il capitalismo dopo aver trasformato in merci gli alimenti necessari per la vita ora si appresta a convertirli in prodotti energetici per sostenere la ricchezza ed i privilegi di pochi, sferrando l’ennesimo brutale attacco all’ecosistema. L’autore fornisce dati che smentiscono le teorie compiacenti sulla questione degli agrocombustibili; se, per esempio, gli Stati Uniti volessero autoprodurre autoenergetici in sostituzione dell’attuale fabbisogno di combustibile fossile dovrebbe riconvertire a tale attività il 121% di tutta la sua superficie agricola! Facendo una stima generale, per sostituire il consumo di petrolio e gas ci vorrebbero quasi quattro pianeti. Uno studio dell’Ufficio Belga di Temi scientifici ha dimostrato anche che il cosiddetto biodiesel provoca notevoli problemi all’ecosistema perché libera nell’atmosfera agenti inquinanti che attaccano la cappa di ozono, mentre il processo per l’estrazione di etanolo inquina in superficie e i corsi d’acqua, con nitrati erbicidi, pesticidi ed aldeidi cancerogeni.

 

Juan Carlos Gimeno Martín: Il luogo del sapere e i saperi dei luoghi: considerazioni per la produzione di vita sostenibile ai tempi della globalizzazione neoliberista.

Questo saggio cerca di superare la visione eurocentrica del mondo tentando una decolonizzazione del pensiero egemonico, per arrivare ad instaurare una qualche forma di dialogo con altre forme di sapere e di produzione di conoscenza. Partendo dal presupposto che “l’America Latina entra nella storia dopo l’incontro con gli europei”, l’autore dimostra come il vecchio continente riprodusse fuori dal suo territorio una moltiplicazione di “piccole europe”, che pur conservando qualche particolarità, risultavano copie di un unico modello. Con il sopraggiungere del capitalismo vennero a determinarsi l’impero ed il colonialismo, una nuova modalità della modernità, estesa, a ferro e fuoco, in varie parti colonizzate del mondo. Si evidenzia quindi la necessità di un progetto di conoscenza differente ed includente, trascendente dalla modernità come tale, un processo di mutua fertilizzazione creativa tra i vari soggetti il cui risultato finale sarà una nuova conoscenza derivata dall’incontro delle diverse ragioni, degli uni e degli altri e dei diversi territori abitati.

 

Mayra Casas Vilardell: Dall’economia convenzionale a un’economia per la sostenibilità. Critica alla frammentazione e alla parcellizzazione disciplinare delle conoscenze scientifiche

La studiosa cubana partendo dall’assunto che nonostante il progresso sia il risultato di una lotta teorica e politica nel campo della conoscenza, destinata a vincere gli effetti dell’occultamento ideologico in cui nascono i saperi utili allo sfruttamento del lavoro e all’esercizio del potere dominanti, la scienza economica non ha potuto ancora dare risposte convincenti a tutta una serie di problemi attuali, poiché non si è ancora determinata una rottura con il sistema economico convenzionale. Per progredire in tal senso necessiterebbe una transizione ad una economia di sistemi aperti dove un posto di rilevanza deve necessariamente essere riservato all’economia della sostenibilità ed alla scienza di gestione delle risorse naturali. Tale operazione si rende necessaria poiché l’attuale economia ambientale ritiene che l’origine dei problemi legati all’ambiente sia causata dal non aver dato un prezzo, un valore monetario, alle risorse naturali quando, invece, è necessaria un’economia ecologica che sia in grado di stabilire collegamenti tra l’Ecologia stessa come scienza ed i sistemi economici a cominciare da un sistema di statistiche nazionali e regionali e di contabilità nazionale delle risorse biologiche, ecologiche, geologiche e cicliche.

 

José Luis Beraud Lozano: Gli antipodi dello sviluppo: l’insostenibilità capitalista contro la sostenibilità socio-ambientale

Poiché, secondo il messicano Lozano, il capitalismo si è sempre e solo preoccupato di garantire l’accumulazione e la riproduzione anche attraverso l’ipersfruttamento della natura e della forza lavoro, venendo meno a quanto sancito dalla Commissione Mondiale sull’Ambiente dell’ONU, che stabilisce che per sviluppo sostenibile si deve ritenere la soddisfazione delle “necessità delle generazioni presenti senza compromettere le possibilità di quelle future di soddisfare le proprie”, solo attraverso le innovazioni scientifiche e la corretta interpretazione dei messaggi variegati che provengono dalle lotte internazionali che importanti segmenti della società hanno già da molto messo in campo, si apre la strada all’attivazione di processi sostenibili come contraltare dell’accumulazione capitalista.

 

Nino Pagliccia: Elementi per un nuovo paradigma di un’organizzazione sociale sostenibile

È ormai una amara constatazione che l’ambiente e altre questioni sociali importanti non occupano una posizione rilevante nell’agenda dei capitalisti e, se qualche volta accade, ci si ravvede subito, come dimostra l’uscita del Canada dal protocollo di Kyoto al quale, in un primo momento, aveva aderito. Oggi purtroppo è l’ideologia neoliberale che è diventata più aggressiva sia perché ha cooptato ampi settori che prima si rifacevano alle posizioni più moderate dei democratici Usa, sia perché può contare su un ampio ventaglio di mass media disponibili a diffonderne il dogma. Se andiamo ad approfondire la questione, il fenomeno della globalizzazione neoliberista può ritenersi governato da cinque entità fondamentali: 1) Le multinazionali con il loro capitale finanziario; 2) La Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio; 3) gli Stati, spesso attraverso i loro apparati militari; 4) le organizzazioni non governative che, fiutato l’affare, sono le nuove ancelle del neoliberismo; 5) I mass media.

Gli elementi di un nuovo paradigma che possa sottrarre l’umanità alla rovina passano per 1) Un aspetto metodologico di approccio all’ecosistema che preveda il coinvolgimento delle comunità come fonti di conoscenza; 2) la pratica della solidarietà come concetto di fraternità mutuato dalla rivoluzione francese, per agire sull’organizzazione sociale e cambiarla a beneficio della collettività.

 

Honorato C. Teissier Fuentes: Sistemica, economia solidale e sostenibilità. La transizione verso nuovi paradigmi

Nella visione sistemica, si sa, tutto è correlato, se trasferiamo tale concetto nei sistemi sociali, politici, economici o tecnologici ci accorgiamo come, per esempio, una cosa che accade in Medio Oriente, finisce, prima o poi, per influenzare il resto del mondo. Per cui è necessario che l’umanità si doti di un’immagine sistemica del mondo articolata, almeno, su tre punti fondamentali: a) rispetto degli ecosistemi naturali e delle culture autoctone; b) solidarietà verso le comunità più colpite; 3) freno alle pressioni finanziarie del mercato sul mondo. Questo è il viatico verso un’economia naturale, basata sulla capacità dei flussi ecosistemici di materia, energia e informazione, cui si può dare il nome di Economia Ecologica.

 

Teresa Morales Olivera: interrogando il paradigma di sviluppo occidentale

Il concetto liberale di benessere va necessariamente sostituito con quello di suma kamaña (vivere bene) dei popoli e delle nazioni; la logica neoliberista infatti organizza l’economia cercando di garantire la crescita senza preoccuparsi delle altre variabili relazionate con la redistribuzione e l’equità. La  suma kamaña è invece rimasta latente nei secoli nelle forme di vita dei popoli indigeni boliviani. È per questo motivo che l’Assemblea Costituente boliviana ha posto le basi per un paradigma di sviluppo di un modello economico-sociale alternativo che nel quadro di una relazione armonica e cosmocentrica della società possa soddisfare le necessità umane collettive fondamentali, sia di tipo materiale (reddito, salute, servizi di base, diritto al riposo), sia non materiale (il rispetto dei popoli e delle loro culture, la non discriminazione, la libertà, la partecipazione, l’inclusione politica).

 

José Alberto Jaula Botet: Ambiente, sviluppo sostenibile, Socialismo. La prospettiva dell’Alba dall’America Latina e dai Caraibi.

Per Jaula Botet l’ambiente è il sistema che integra la totalità degli elementi abiotici, biotici e socio-economici mediante relazioni multidimensionali diverse e complesse, in continuo cambiamento, in cui si produce una relazione dialettica tra società e natura. Mentre oggi vi è una chiara manipolazione della scienza e della tecnologia sostenuta da professionisti delle scienze al soldo del capitale. Ma il sapere ambientale non potrà mai scaturire dall’unione delle conoscenze compiacenti alla logica sviluppista che tengono fuori proprio l’ambiente. Perché nello studio serio dell’ambiente è fondamentale una visione del sistema attuata su diverse scale di lavoro, partendo da quella locale per arrivare a quella globale, attraversando tutte le specificità nazionali. La nuova conoscenza ambientale, così come ricompresa nelle linee programmatiche dell’Alba, considera l’essere umano nella sua dualità: parte inseparabile dell’ambiente e protagonista del territorio che lo circonda. È per tali motivi che l’orizzonte socialista si configura come l’unico in grado di contenere tali presupposti. Un percorso ancora non definito se si considera che le ipotesi di socialismo fino ad oggi si sono scontrate sempre con un capitalismo feroce che ha usato tutti i mezzi leciti ed illeciti per distruggere ogni approccio di progresso delle sinistre.

 

Francisco Domínguez: La difesa dell’ambiente nell’economia del petrolio in Venezuela.  

La rivoluzione bolivariana del Venezuela è forse la prima rivoluzione socialista che comprenda la questione dell’ambiente come obiettivo centrale dello sviluppo di una società non capitalista. Nella pratica, prima dell’avvento di Chavez, la cornice regolatoria ambientale era concentrata soprattutto sull’informazione, controllo e trattamento della contaminazione una volta prodotta; ciò produceva leggi e normative inefficienti dal punto di vista della conservazione ambientale.

Il governo di Hugo Chavez ha ricondotto all’interno della stessa carta costituzionale la questione della conservazione dell’ambiente e della tutela delle conoscenze ancestrali con due specifici articoli, il 127 ed il 124. Soprattutto nell’art. 124 si gettano le basi per impedire al capitalismo ed al neoliberismo di appropriarsi dei brevetti sul patrimonio biologico dell’umanità.

Si tratta di una lotta feroce contro il capitale e le sue velleità che mantiene sempre vivo lo stato di attenzione nei confronti delle continue ingerenze delle multinazionali nordamericane ostili a qualsiasi affermazione della sovranità dei popoli sulle risorse vitali del paese.

 

Dunia Mokrani Chávez: Contro la mercificazione della vita e per la costruzione di un’economia solidale. Contributi delle lotte dei movimenti indigeni e popolari in Bolivia.

I differenti cicli di mobilitazione sociale sono stati quelli che hanno prodotto, in Bolivia, le condizioni favorevoli per una trasformazione sociale e politica profonda. Anche la Bolivia, quindi, ha contribuito a rendere possibile che l’America Latina rappresenti oggi un continente di speranza e di cambiamento. L’autrice presenta uno studio articolato su tre esperienze fondamentali nella lotta contro la mercificazione della vita: la lotta per il territorio e le sue risorse naturali, la guerra contro la privatizzazione dell’acqua e quella per favorire la nazionalizzazione del gas e degli idrocarburi. Queste tre battaglie rappresentano la base di costruzione di un’economia solidale che mentre favorisce il recupero effettivo allo Stato di molte imprese, pone le condizioni per una riforma politica profonda verso un sistema ispirato alla democrazia di base.

 

Ricardo Antunes: Un nuovo senso al lavoro e alla corretta relazione con la natura. Il socialismo del XXI secolo come questione vitale per l’umanità.

Viviamo in una società che ha come modello la necessità di scartare e che santifica lo spreco sopra ogni altra cosa. È in questo modo che si intensificano i meccanismi di estrazione del plus-valore in tempi sempre più brevi e concentrati. Le ultime manifestazioni di sciopero e le rivolte sociali che hanno interessato i paesi capitalisti rappresentano quindi importanti esempi di nuove forme di scontro sociale con il capitale. Solo le azioni collettive radicali contro le forme di desocializzazione, per la riduzione della giornata e del tempo di lavoro possono condurci ad una lotta più globale  ed emancipata per una società dove il controllo sia assegnato ai produttori effettivi e non a corpi estranei che si arricchiscono sulla pelle e sulla salute delle popolazioni indigene.

 

Rémy Herrera: Ambiente e crescita. Contro l’economia neoclassica e le sue false alternative.

La natura è concepita come un insieme di fenomeni a loro volta sottomessi a leggi che le scienze cercano di penetrare e dominare per assumerne il controllo. Diventa così estremamente difficile percepire sulla terra l’orizzonte sereno di un mondo vivibile con un capitalismo che tende essenzialmente alla distruzione dell’ambiente per i propri profitti. Il neoliberismo ne è la forma estrema che segna il ritorno al potere della finanza, cioè dei proprietari del capitale più potenti su scala mondiale. Se non si rompe definitivamente con questo schema ci ritroveremo sempre e comunque con gli Stati sottomessi alle forze del capitale dominanti. È perciò necessaria la costruzione di un mondo fondata sul riconoscimento del carattere non mercantile della natura e delle risorse naturali per giungere ad una gestione democratica delle stesse con la subordinazione al diritto alla vita. Un tribunale internazionale incaricato di giudicare i crimini ecologici e condannare i colpevoli al risarcimento potrebbe essere una delle prime misure da adottare per rendere illegali i contratti che impongono dipendenze tra agricoltori e fornitori di sementi, per obbligare i paesi ricchi a diminuire il loro tasso di produzione di biossido di carbonio, per permettere ai paesi poveri di svilupparsi, per proteggere le risorse biologiche contrastando, prima di ogni altra cosa, le privatizzazioni dell’acqua.

 

César Aponte Rivero: Ambiente e rivoluzione. Il piano di aggiustamento strutturale del FMI e il cambiamento di paradigma nella gestione ambientale venezuelana.

In Venezuela la politica ambientale è stata progettata e incrementata in un periodo caratterizzato da una forte tendenza all’industrializzazione dell’apparato produttivo dello Stato, basata su una politica di sostituzione di importazioni che ha coinvolto il settore delle aree protette che rappresentavano già vent’anni addietro, il 40% del territorio nazionale. Ciò ha scatenato conflitti rilevanti tra le popolazioni locali e lo Stato circa gli usi dei terreni sottoposti a vincoli ambientali finalizzati allo sviluppo industriale. Ciò fu del tutto legittimo perché benché ironicamente tale politica stabilisse il rafforzamento dell’impegno sociale e la conservazione delle risorse naturali come due dei suoi fondamenti principali, essa, di fatto, generò conseguenze negative per il paese sia in ambito sociale che in quello ambientale. In questo quadro si inserirono potenti ONG che, perfettamente adattate alle norme di finanziamento internazionale, tesero a sostituirsi impropriamente come rappresentanti del bene popolare e come punto di riferimento delle mobilitazioni in materia ambientale.

Con la rivoluzione bolivariana il presidente Chavez ha voluto fare dell’ambiente un bene tutelato a livello costituzionale non solo nel suo capitolo specifico ma anche per aspetti direttamente correlati come i diritti culturali ed educativi (art. 107), i diritti economici (art. 112), il concetto di sicurezza e difesa (art. 326).

 

Giovanni Alves: Crisi strutturale del capitale, barbarie sociale e catastrofe ecologica. Prospettive dallo sviluppo locale.

Partendo dal fatto che i cambiamenti climatici costituiscono una minaccia all’intera umanità e che sono i poveri (ovviamente con nessuna responsabilità) che ne subiscono i costi umani più gravi e immediati, Giovanni Alves individua alcune tra le minacce più pericolose per lo sviluppo umano: a) il collasso dell’agricoltura causato dalla siccità e dall’aumento delle temperature; b) la scarsità idrica che interessa molte zone del mondo; c) l’esodo di oltre trecento milioni di persone verso zone meno esposte a inondazioni e tempeste tropicali; d) l’aumento di rischi per la salute per la recrudescenza di malattie come la malaria. Tutto ciò avviene in un ambito di crisi strutturale che ha un carattere universale (non limitandosi solo alla sfera finanziaria), globale (interessa l’intero insieme di paesi ricchi e poveri) e temporalmente esteso. In tale quadro di crisi strutturale il capitalismo mentre si appresta ad instaurare un nuovo sistema di barbarie sociale offre il fianco ad una nuova possibile fase di lotta di classe a livello mondiale.

 

Alejandro Valle Baeza e B. Gloria Martínez González: Il trattato di libero commercio dell’America del Nord e i popoli del mais.  

Con l’avvento del NAFTA[6] in Messico si sono registrate le seguenti modalità di sviluppo: 1) la sostituzione delle forme di produzione tradizionali con quelle legate ai fertilizzanti, pesticidi ed erbicidi e, 2) la sostituzione della produzione sostenibile con l’agricoltura intensiva. Il NAFTA è più che la semplice liberalizzazione del commercio nordamericano, è una cornice che contempla le necessità del capitalismo sviluppato rappresentato dagli Usa. Esso include e accentua i cambiamenti già introdotti in Canada e Messico con le rispettive legislazioni mentre esenta da tale percorso gli stessi Stati Uniti, facendo in modo che gli investimenti di quest’ultimo risultino protetti in terra straniera.

 

Sonia Isabel Catasús Cervera: Genere e sviluppo sostenibile locale nel contesto della globalizzazione.

È in atto un processo sempre più forte di disuguaglianze economiche nell’accesso alle risorse culturali e sociali tra i diversi gruppi di una popolazione, contenute nella logica di sviluppo neoliberista. Mentre, invece, le politiche della popolazione devono puntare ad ottenere un insieme condiviso di obiettivi diretti a consolidare il diritto delle persone al lavoro, all’educazione, alla salute, alla partecipazione delle donne nelle attività economiche, senza stabilire limiti di controllo demografico. Appare pertanto impossibile abbracciare un tema di carattere socio-economico nel contesto del mondo globalizzato attuale senza includere nell’analisi la prospettiva di genere. Sappiamo infatti che più di 1.300 milioni di persone sono considerate povere poiché vivono con meno di 1 dollaro al giorno ed i questo contesto le donne rappresentano la parte più vulnerabile della popolazione, pertanto ignorare il concetto di genere risulta incompatibile con la possibilità di ottenere uno sviluppo sostenibile.

 

José Seguinot Barbosa: Economia, cultura e ambiente: turismo sostenibile nei Caraibi.

Il turismo è una delle attività più importanti dei Caraibi rappresentando la terza industria a maggiore crescita nel mondo. Il turismo sostenibile è quello che tiene conto delle necessità dei turisti e delle regioni ospitanti, allo stesso tempo preserva e sostiene opportunità per il futuro. Gestisce tutte le risorse in modo tale da far sì che le necessità economiche, sociali ed estetiche possano essere soddisfatte senza tralasciare di conservare l’integrità culturale, i processi ecologici essenziali, la diversità biologica e i sistemi di sostegno alla vita. Ma proprio nell’esercizio dell’attività turistica si scontrano le visioni economiche neoliberiste con le prospettive locali e comunitarie. Sappiamo, per esperienza diretta, che il turismo può avere un forte impatto sulla cultura locale, può incidere sui costumi e sui valori tradizionali delle popolazioni mentre la cultura locale offre al turista un valore aggiunto. Per questo la diversità è un importante requisito da valorizzare.

 

Jaime Alberto Rendón Acevedo: Crescita e sostenibilità dello sviluppo locale. La negazione della qualità della vita a Bogotà?

L’autore dimostra come il deterioramento della qualità della vita a Bogotà sia determinato da un modello produttivo e di crescita quantitativa basato sull’ipersfruttamento delle risorse e sul loro uso irresponsabile. In un quadro che registra una situazione dove il 10% ricco della popolazione detiene il 47% del reddito a fronte del 10% povero che ne detiene 1%, si può tranquillamente concludere che tale tipo di sviluppo produttivo ha mantenuto la Colombia ai gradini più bassi dell’America Latina rappresentandola come il secondo paese a maggiore disuguaglianza dopo il Brasile, con la sua capitale che concentra il 50% dei costi dell’inquinamento atmosferico, mentre si rafforza il modello produttivo di accumulazione con una rilevante presenza di multinazionali giustificata non solo dal potere politico ma anche da vasti settori del sindacalismo ufficiale.

 

Marcos Costa Lima: Capitalismo finanziario, innovazione tecnologica e riscaldamento globale: le relazioni complementari.

La nuova crescita stabile resa possibile dalla diffusione delle nuove tecnologie fa progredire il livello di vita, ma tale crescita si realizza solo a determinate condizioni. Tra di esse vi è l’allargamento necessario della concorrenzialità ai paesi dove ancora tale regime non si applica ed un sempre più diffuso capitalismo azionario. Come si ricorderà il mondo della finanza si affrancò dalla gestione diretta dei governi per sottoporsi alle regole dei mercati, così facendo il rischio divenne il tratto essenziale della moderna finanza. In molti campi della tecnologia ormai si è perso il concetto di nazionalità e, con esso, la possibilità di avere specifiche aziende al servizio dello sviluppo interno: si pensi, per esempio, al campo farmaceutico che ha trasformato la salute in business o al campo del trasporto aereo dove la concentrazione sta snaturando il sistema dei trasporti nazionali. I risultati nefasti di tale sviluppo risiedono nell’appropriazione del processo della conoscenza da parte di imprese private che ricercano solo interessi immediati.

 

Enrico Turrini: Il valore delle fonti rinnovabili di energia e l’importanza di utilizzarle con mentalità rivoluzionaria solare.

I paesi ricchi sono vieppiù lanciati verso l’accaparramento delle fonti energetiche. Si tratta di fonti concentrate nelle viscere di alcune zone del pianeta il cui accaparramento, con metodi persuasivi o forzati da parte delle multinazionali, sta portando lentamente verso la distruzione della vita sulla terra. Non cade a caso la previsione dell’eroe cubano José Martí: «il mondo sanguina in continuazione per i crimini che si commettono nei confronti della natura». È la via del sole, quella scelta da Cuba e dalla sua rivoluzione, la via energetica più pulita e meno inquinante, mentre il neoliberismo, con la sua logica di sviluppo basata sul consumo, è lontano per sua propria natura dalla via del sole.

 

Jean Marie Haribey: Epistemologia critica della decrescita.

La crescita economica infinita è compromessa dal produttivismo devastatore e con essa lo stesso sviluppo. Una critica allo sviluppo, originale nonostante manchi di essere pienamente convincente, è la teoria della decrescita. La nozione di decrescita ha tre fonti di ispirazione principali: l’economia politica, l’ecologia e la termodinamica. Tuttavia seppur affascinante, la teoria della decrescita, applicata a tutti i tipi di produzione e a tutte le popolazioni del mondo omette due elementi essenziali: le tendenze demografiche e i bisogni umani. Come se alla base di tale teoria risiedesse la confusione abbastanza frequente tra i marxisti del mondo occidentale tra l’atto della produzione (categoria antropologica) con le condizioni sociali della sua realizzazione (categoria storica), oppure tra il “processo del lavoro in genere” ed il “processo di lavoro capitalista”. Se le tesi sulla decrescita hanno registrato un qualche successo ciò è dovuto, almeno in parte, al fallimento delle esperienze del XX secolo e specialmente al difficile rapporto dei movimenti sociali e del marxismo con l’ecologia.

 

Carolus Wimmer: Gli agrocombustibili. La produzione di energia compete con gli alimenti.

La possibilità di usare l’etanolo in sostituzione della benzina trasformerà zone come l’Africa e l’America Latina in nuove colonie dei paesi ricchi per la produzione di mais e canna da zucchero. Questi paesi infatti potranno, a breve termine, produrre una maggiore quantità di alimenti non destinati a supplire alle carenze alimentari delle popolazioni. E non è questo l’unico aspetto preoccupante, la monocoltura di qualsiasi materia prima impiegata per la produzione di etanolo, richiede l’uso di grandi quantità di fertilizzanti, macchinari e mezzi di trasporto che bruciano ancora combustibili fossili, quindi le emissioni inquinanti aumenteranno. Secondo le considerazioni di Hugo Chavez e Fidel Castro la produzione di etanolo attraverso materie prime alimentari non solo presuppone l’uso irrazionale di buona parte di boschi e terreni coltivabili ma presto metterà a rischio la sicurezza alimentare e l’uso razionale di acqua.

 

Luis Berriz: Energia, Ecosistema e sviluppo autodeterminato socialista. La politica energetica sostenibile nel XXI secolo.

Per raggiungere uno sviluppo energetico sostenibile non è sufficiente l’uso di fonti rinnovabili di energia: è imprescindibile un’etica solidale, rivoluzionaria e socialista. Questo perché mentre si consumano miliardi di dollari in ricerche e spese militari per impossessarsi delle risorse energetiche, risultano davvero insignificanti gli impegni di spesa in ricerca e sviluppo tecnologico delle fonti rinnovabili. Si assiste, anzi, all’accaparramento da parte delle multinazionali dei brevetti in ogni parte del mondo anche in materia di energie rinnovabili: non si sa mai…

La centralità del sole è invece rivoluzionaria! Il sole sorge per tutti, la sua energia è un’arma dei popoli e il suo uso è l’unico che può produrre il vero sviluppo economico e sociale di cui ha bisogno l’umanità.

 

Francisco Lorenzo González: Considerazioni sulla rivoluzione energetica a Cuba.    

La Rivoluzione, fin dal suo trionfo nel 1959, pose le basi dello sviluppo scientifico e tecnologico del paese, spingendo soprattutto sull’aspetto energetico. La politica energetica cubana per i prossimi anni si è data le seguenti priorità: a) tendere vieppiù ad uno sviluppo indipendente, sicuro, sostenibile e protettivo dell’ambiente; b) conoscere e meglio sfruttare le risorse interne convenzionali e non; c) usare in maniera razionale l’energia con tecnologie che tendano alla realizzazione del massimo risparmio; d) diffondere in molti ambiti la produzione locale di elettricità coinvolgendo le popolazioni residenti.

Trattasi di una vera rivoluzione energetica con esperienze che vengono trasferite ai paesi fratelli, poste a disposizione di Petrocaribe e nelle quali è fondamentale la visione di un nuovo modello ambientale cui ci ha avvicinato il comandante Fidel Castro attraverso le sue riflessioni.

 

Conclusioni

Una chiara indicazione sui lineamenti del Socialismo del XXI° secolo ci giunge proprio dalle lotte in corso in America Latina soprattutto per il ruolo ispiratore di paesi come Cuba, che hanno fatto della resistenza alle aggressioni nordamericane e del rispetto dei diritti umani ed ambientali attraverso politiche attive della formazione dei cittadini, la loro battaglia delle idee. Di paesi come il Venezuela, che dopo aver avviato politiche di recupero della ricchezza nazionale, soprattutto attraverso le nazionalizzazioni delle aziende legate alla lavorazione delle materie prime interne, hanno messo in atto una specifica attività di formazione popolare che in meno di dieci anni le ha permesso di raggiungere il titolo di paese libero da analfabetismo. Di paesi come la Bolivia che, attraverso l’elezione del primo presidente indio della storia di tutta l’America Latina, hanno proposto la centralità politica, sociale ed economica delle comunità residenti, attraverso politiche di restituzione dei beni alla collettività.

Nonostante tutto, però, l’Europa (e la sinistra europea) continua a guardare questo continente solo per le opportunità di mercato che offre e non per i messaggi politico-sociali che invia; perdendo, ancora una volta, l’occasione di aprire gli occhi sul contenuto pratico di quella economia che abbiamo definito “socio-ecologica politica”, basata sulla centralità dell’uomo e della natura e, quindi, di chiara impostazione socialista. Un socialismo rimodellato sulle esigenze che questo XXI° secolo pone davanti a noi e di cui «Cuba, il Venezuela, la Bolivia e l’Ecuador forniscono chiari esempi di come prendere e tentare con determinazione di difendere nel tempo il potere politico, con una netta configurazione di classe, con la contaminazione tra cultura marxista e cultura indios e rivoluzione bolivariana, nella costruzione di un’armonia solidale, contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, contro la distruzione della natura»[7].

Va quindi avviato un percorso di rafforzamento delle relazioni tra le lotte sociali, le lotte italiane, per il diritto allo studio, alla sanità, contro la precarietà, con quelle francesi per il diritto di cittadinanza, con quelle del continente rebelde per la proprietà dei beni comuni, con quelle dei palestinesi per il diritto alla terra ed allo Stato, con quelle dei popoli africani ed asiatici.

 

«È ora che le associazioni di base, le organizzazioni di base e i movimenti di classe e indios, gli emarginati, gli sfruttati del sistema del capitale analizzino perché senza un forte connotato anticapitalista le proteste di massa, anche sul terreno del drammatico problema modelli di sviluppo e impatto socio-ambientale, non sono state efficaci nell’invertire la marcia verso la società del profitto, dello sfruttamento mercantile dell’uomo e della natura; questo purtroppo è stato l’approdo sempre più moderato della sinistra europea e a questo si oppongono i grandi movimenti dell’alternativa al capitalismo in Nuestra América»[8].

 

È per tutti questi motivi messi insieme che Vasapollo, nella prefazione, scrive: «Una riorganizzazione della società che tenga conto del problema ecologico non può coesistere con un’economia capitalistica che tende al raggiungimento massimo del profitto, della rendita, della produttività e del rendimento a profitto»[9]; e per gli stessi motivi va poi a concludere che «sosteniamo sul piano teorico e della realtà pratica […] che la contraddizione capitale-natura può essere interpretata e affrontata a partire dalla contrapposizione tra sviluppo delle forze produttive e relazioni di produzione, quindi solo dentro il conflitto capitale-lavoro, dentro le dinamiche del conflitto di classe»[10].

 


 

[1] Cfr. Bell Lara, J., La prospettiva dipendenza-sistema mondo, in Nuestra América, Rivista di analisi socio-politica e culturale sull’America Latina, n. 2-3/2006.

[2] Vasapollo, L., Trattato di Economia Applicata, Jaca Book Ed., 2006, pag. 111.

[3] Jaffe, H., Progresso e nazione, economia ed ecologia, Jaca Book Ed., 1990, pag. 25.

[4] Vasapollo, L., Trattato di Economia Applicata, cit. pp. 139-140.

[5] United Nations Developed Program (Programma di sviluppo delle Nazioni Unite)

[6] Trattato di libero commercio per l’America del nord tra Messico, Usa e Canada entrato in vigore il 1° gennaio 1994

[7] Vasapollo, L. (a cura di), Capitale, Natura e Lavoro -L’esperienza di Nuestra América- Jaca Book 2008, pag. 431.

[8] Ibidem pag. 433.

[9] Ibidem pag. 14.

[10] Ibidem pag. 434.

 

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