
per il socialismo possibile
Nome sezione: Articoli
sottotitolo: America Latina
pubblicato sulla rivista Nuestra América
MIAMI CAPITALE DELLA CULTURA DELLA MORTE
di Enzo Di Brango
«I primi tempi a Miami tutti mi dicevano che c’erano luoghi dove non avrei dovuto metter piede. […] Dovevo ricordarmi di chiudere a chiave le portiere dell’auto se guidavo di notte. Non dovevo fermarmi sugli svincoli per la I-95, ma guardare da entrambi i lati e accelerare anche con il semaforo rosso. Non dovevo passare da Liberty City e neanche camminare per Overtown. Se fossi dovuta passare dal quartiere di Black Grove (quella dozzina di isolati di case popolari che separano i lussureggianti giardini di Coral Gables dagli altrettanto lussureggianti giardini di Coconut Grove) sarebbe stato saggio cambiare itinerario. In ogni caso il territorio dei diseredati non era facile da evitare, dal momento che a Miami, come in altre città nel sud del mondo, si poteva passare dalle enclave protette alla più profonda desolazione mentre si cambiava la stazione radio».[1] Joan Didion, giornalista e sceneggiatrice cinematografica californiana, definisce così Miami in un libro uscito ad aprile scorso, estremamente interessante per conoscere la realtà della più caraibica delle città nordamericane e ci offre un quadro d’insieme accattivante partendo proprio dai giudizi degli anticastristi di professione, detentori, attraverso i network di stato statunitensi, della ”informazione-verità”. Non è una scrittrice di parte la Didion, ma dobbiamo ringraziarla comunque per questo lavoro del quale pure non ne condividiamo alcune impostazioni di carattere politico.
Diventa tanto più importante oggi che Miami si fregia di un ennesimo titolo del quale non dovrebbe andare fiera: capitale della cultura della morte.
Non abbiamo mai assistito a festeggiamenti orgiastici sfrenati per la morte di un capo di Stato, né ci sarebbe piaciuto o ci piacerebbe. A Miami sì, si è festeggiata una morte presunta come atto catartico lontano anni luce anche dalle culture tribali che della morte avevano rispetto e venerazione e lontano anni luce dai comportamenti animali che pure con la morte hanno un rapporto biologico determinante; vicino, consimile solo a quella cultura neoliberista sfrenata che anche festeggiando una morte rende onore al proprio profitto. Un veloce processo di impoverimento culturale che contagia chi tocca il “mostro”, chi ne vive la sua galoppante incultura, verso un vuoto di riferimenti biologici che deve spaventarci, anche perché così la morte diventa un nuovo simbolo medianico, buono o cattivo a seconda dei contesti, e non l’approdo estremo dell’individuo che è, da sempre, ricompreso nella cultura della vita.
Festeggiare la morte è la stessa faccia della medaglia del terrorista che sgozza l’ostaggio davanti all’obiettivo della telecamera e ad un manipolo plaudente di esaltati e fa il paio alle torture di Guantanamo ed Abu-Graib: l’umiliazione del corpo che si avvia a morire per la terrificante gioia del macellaio di turno e dei suoi aiutanti.
Oggi il violento processo a ritroso della cultura nordamericana ci pone davanti spettacoli che dovrebbero preoccuparci per le conseguenze medianiche che possono determinare. Non lo diciamo per l’offesa alla sovranità di uno Stato, né per il suo legittimo presidente Fidel Castro. No, Cuba e Fidel purtroppo sono destinati a temere altre manifestazioni che non gli schiamazzi alcolici di un nutrito manipolo di imbecilli. Mentre questi ultimi si rallegravano di una notizia, per fortuna, non vera il loro tutore, Bush jr., con l’educazione e la cultura sopraffina che lo contraddistingue, dichiarava che la morte di Fidel rappresentava l’occasione per fornire un appoggio da parte di Washington a quanti si gettassero da subito «a costruire un governo di transizione».
Per amore di verità c’è stato qualche dissidente (tra quelli veri che il dissidio lo esplicitano gratuitamente e all’interno dei confini dell’isola e non al prezzo stabilito dai cachets della Casa Bianca) che si è vergognato delle dichiarazioni di Bush; Eloy Gutierrez Menoyo, ad esempio, augurando a Castro una pronta guarigione ha subito fatto sapere che le dichiarazioni del presidente Usa «non aiutano la dissidenza», e Rafael León, coordinatore del Progetto Democratico Cubano ha aggiunto che le parole di Bush rappresentano un «modo di istituzionalizzare un aiuto che in realtà è una vera e propria ingerenza». Ma a Miami è tutto lecito e, scorrendo il libro della Didion, ce ne possiamo tranquillamente rendere conto.
In questa città vivono ancora i resti della cosiddetta Brigata 2506, quella di Playa Giron per capirci.
Qualcuno di questi «più tardi sarebbe andato al lavoro nelle nuove torri di vetro di Brickell Avenue […] e c’erano altri i cui luoghi di lavoro erano i negozi di armi, i poligoni di tiro e i club di volo aldilà di Krome Avenue, dove il quartiere di West Dade va a morire nella palude degli Everglades. È qui – dove solo un improvviso luccichio rivela la presenza invasiva dell’acqua – che vengono paracadutati i carichi di droga e fatti sparire i cadaveri»[2]; ma tutti il 17 di aprile di ogni anno sfilano in armi, tra le autorità plaudenti, per commemorare quella aggressione per fortuna fallita senza sentirsi in obbligo di fornire una spiegazione ufficiale al fatto che la loro lotta è ormai divenuta «una questione di omicidi e attentati, di complotti, di controcomplotti e accordi segreti riguardanti cittadini e istituzioni americane, di prese di posizione e di eventi che avevano steso un velo d’ombra sulla brusca interruzione di due presidenze americane e forse anche sul congelamento di una terza».[3]
Sono gli uomini della stessa Brigata 2506 che negli anni ’80 combattevano con i contras nicaraguensi contro il governo rivoluzionario sandinista di Ortega e rappresentano uno devi vari bracci armati della FNCA (la Federazione Cubano-Americana) così tanto cara alla famiglia Bush.
Bracci armati vari e variegati, stando al racconto della Didion, la vita degli esuli a Miami infatti è caratterizzata da «distinzioni politiche che altrove in America non avrebbero avuto alcun senso. […È] normale sentire un cittadino descrivere l’orientamento politico di un altro come ‘falangista’ o ‘essenzialmente nasserita’. […] Parecchi esuli a Miami [sono] convinti che i migliori leader politici viventi fossero i generali Augusto Pinochet del Cile e Alfredo Stroessner del Paraguay ».[4]
Sempre nell’allegra combriccola della Brigata 2506 hanno militato Orlando Bosch e Luis Posada Carriles, pericolosissimi terroristi internazionali, entrambi addestrati in casa Cia; il primo a libro paga della intelligence Usa come gestore, nei primi anni ’60, di un centro di addestramento a Homestead (vicino Miami), il secondo come responsabile operativo della Disip venezuelana fino al 1974.[5]
Che al degrado ci si adatti subito lo si capisce dal vertice politico di Miami che orienta il pensiero ed i comportamenti consequenziali dei suoi abitanti, come dire: ab uno disce omnis[6].
Che il razzismo sia un cancro difficile da estirpare non solo negli Stati Uniti lo sappiamo tutti, ma che trovasse terreno fertile nella comunità cubana di Miami ci sarebbe parso più che improbabile se il libro in questione non ce lo raccontasse con abbondanza di particolari. E così scopriamo che soprattutto dopo Mariel[7] la comunità di colore rimase ancor più ristretta tra le “necessità” degli esuli cubani e la protervia dei bianchi: continuò, di fatto, ad essere esclusa dalla vita pubblica anche nella sua più elementare espressione come poteva essere la partecipazione a giurie popolari, il prendere il sole sulla spiaggia di Dade, salire in ascensore nei palazzi adibiti a pubblici uffici, fare la fila alle poste o al supermercato (se non in sportelli separati), questo anche e soprattutto quando al vertice del governo cittadino sedeva Xavier Suarez, sindaco cubano dalla pelle non propriamente candida.
Se ci dilungassimo oltre finiremmo, e non ci pare ulteriormente necessario, per ripercorrere la storia di oltre 40 anni di terrorismo amico degli Stati Uniti, mirato a quel loro strano concetto di democrazia che significa solo dominio del mondo e che per Cuba e l’America Latina significa il perseguimento, la soluzione finale della dottrina Monroe così come l’aveva ulteriormente precisata il presidente Taft, predecessore di Wilson: «l'intero emisfero sarà praticamente nostro in virtù della superiorità della nostra razza, come già lo è d'altronde dal punto di vista morale ».[8]
Miami è il laboratorio dell’odio, è la punta avanzata degli Usa così come li intendono George Bush jr. e Condoleeza Rice, ma è anche l’esempio di dove può condurci questo neoamericanismo. Purtroppo non ci è parso di sentire nessuna voce di condanna, non ci è parso di ascoltare un politico, uno, stigmatizzare l’accaduto: erano tutti impegnati a rifinanziare la missione in Afghanistan e ad armare gli eserciti per arginare il diritto a difendersi del popolo libanese. È anche questo un segno reale che l’Italia rimane anch’essa un laboratorio, dall’imperialismo creato a colpi di daghe delle falangi romane, al fascismo esportato in tutto il mondo e… il peggio potrebbe affrettarsi a ricadere sulle nostre teste. Intanto, fuori dal coro stonato di neofascisti esultanti e sinistrorsi pseudoaffranti, a Fidel Castro confermiamo tutta la nostra stima ed ammirazione: Hasta siempre, Comandante!
[1] Didion, Joan Miami, 2006 – Piccola Biblioteca Oscar Mondadori p. 39
[2] Didion, Joan op.cit. pagg. 14 e 15
[3] Didion, Joan op.cit. pag. 18
[4] Didion, Joan op.cit. pag. 127
[5] Dei legami fra Bosch e Posada Carriles con la Cia e con il terrorismo internazionale oltre alla abbondante letteratura italiana si veda anche Investigation of the Assassination of President John F. Kennedy: Hearings before the Select Committee on Assassination of the U.S. House of Representatives, 95th Congress, U.S. Government Printing Office, Washington D.C. 1979. Tra i documenti contenuti in questa indagine spicca la testimonianza di Marita Lorenz che sostenne di essere stata presente ad un incontro tenutosi a casa Bosch a Miami al quale era presente Lee Osvald e nel quale si parlò di una trasferta a Dallas…
[6] Virgilio, Publio M. Eneide III. “Da uno conosci tutti”.
[7] Nell’aprile del 1980 il governo cubano autorizzò l’esodo verso gli Stati Uniti consentendo a quanti volessero espatriare di utilizzare il porto di Mariel. ¼ circa (30.000) delle persone che lasciarono l’isola erano noti pregiudicati che andarono ad ingrassare le fila della mafia cubano-americana.
[8] In Chomsky, Noam Anno 501, la conquista continua, Gamberetti Editrice, 1993
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