
per il socialismo possibile
Nome sezione: Storia
sottotitolo: Risorgimento
pubblicato sulla rivista Proteo
I 150 ANNI DELL’UNITÀ D’ITALIA
Ovvero il trionfo dell’agiografia sulla Storia (e…sulla verità).
di Enzo Di Brango
Introduzione
Quando mi capita di parlare dell’unità d’Italia, cosa che faccio sempre stando dalla parte dei vinti, noto intorno a me persone che mi ascoltano (?) con sentimenti i più disparati. Si va dalla semplice acquiescenza, al disprezzo vero e proprio, passando per la sorpresa, l’incredulità e la compiacenza per quieto vivere (come la ragione che si dà ai fessi). Eppure, è un dato di fatto, la storia che ci hanno fatto studiare a scuola, che ancora oggi viene insegnata, la storia che ci propinano in Tv e sui giornali di regime, almeno per l’ “epopea risorgimentale”, è colma di falsi costruiti a mestiere per raccontare ai posteri ciò che il popolo “deve sapere” secondo l’ottica del padrone e non, semplicemente, ciò che è avvenuto in maniera oggettiva.
«Il Risorgimento è quello che ci hanno insegnato a scuola? – si chiede Lorenzo del Boca e contestualmente nota che – nelle pagine dei sussidiari è uno spreco di retorica e di buoni sentimenti che allinea un repertorio raro di luoghi comuni»[1].
E la verità fu tenuta coperta per oltre un secolo, fino a quando Franco Molfese, vicedirettore della Biblioteca della Camera dei deputati, non rinvenne, circa cinquant’anni fa, quasi casualmente, buona parte dei documenti della commissione d’inchiesta sul brigantaggio del 1863[2], in uno scantinato dei palazzi del potere; ben nascosti per costruirne l’oblio secondo quanto aveva affermato Giolitti oltre mezzo secolo prima in un suo discorso alla Camera dei Deputati: «Penso che non si possano dire tutte le ragioni che consigliano di usare qualche riguardo nel permettere lo studio di questi documenti. Non è bene sfatare delle leggende che sono belle»[3].
Questo mio scritto, quindi, ribadirà la mia fama (per altro modesta) di fanatico denigratore che, pur senza titoli, svilisce e offende l’opera dei padri che piantarono le radici dello Stato italiano 150 anni fa; perché convinto che, “fatta l’Italia” con il sangue della povera gente (di entrambe le parti), la leggenda (cui alludeva Giolitti) si è fatta storia ufficiale per giustificare i modi, i mezzi, le connivenze oscure e le convenienze solite. E potrebbe anche accadere che a scagliarsi contro chi così la pensa saranno i vari Bossi, Borghezio e sodali che, fosse per loro, al sud non ci sarebbero mai andati (almeno fino a qualche anno fa…). Ma che vogliamo farci? C’è una succulenta occasione per stare in vetrina e quindi tutti ci dovremo sorbire la passerella dei potenti del momento a celebrazione di un evento tra i meno conosciuti nella realtà dalla pubblica opinione.
L’aspetto bellico dell’unità italiana
Dei fatti bellici del 1860, è ormai noto, che più che l’abnegazione di mille camicie rosse, poté la dilagante corruzione dell’esercito borbonico, in Sicilia sopraffatto a più riprese in situazioni di superiorità numerica schiacciante. A Pianto Romano (e non a Calatafimi dove l’agiografia di Stato ha inopinatamente ricollocato la battaglia, probabilmente per una ridondanza del nome, vuoi mettere?[4]) ed a Palermo furono le scellerate (e molto probabilmente prezzolate) decisioni degli ufficiali borbonici a consegnare la vittoria a Garibaldi; così come la risalita verso Napoli, protetta dagli inglesi e favorita dal popolo che finalmente si vedeva promettere terra e libertà dal generale dei Mille, si compì in pochi mesi, lasciando per strada una serie di eccidi che anticipavano il destino di quelle genti illuse da Garibaldi. Uno dei più feroci avvenne a Bronte, nei pressi di Catania, dove Bixio fece fucilare i capi di una rivolta (filo unitaria!!!) che avevano preso sul serio le promesse del generale in camicia rossa, occupando le incolte terre dell’ammiraglio Nelson. Tra i fucilati anche lo scemo del paese…
Va sottolineato, tra l’altro, che il Regno Sabaudo e quello delle Due Sicilie erano due Stati a sé e, per diritto internazionale, una guerra prima si dichiara e poi la si fa[5]. Ma l’affare era talmente ghiotto che si mandò un “idealista” allo sbaraglio per fermarlo poi al momento opportuno. Lo stesso Garibaldi ebbe a riconoscere, otto anni dopo, che: «gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio»[6].
Il generale Garibaldi…
Con Giuseppe Garibaldi gli agiografi hanno dato il meglio! Non contenti di citarne le gesta sempre in maniera più che generosa, hanno fatto diventare belli, bianchi (neri sarebbero stati di razza inferiore?) ed intrepidi anche i cavalli su cui nel tempo poggiò le sue nobili terga. Vien da chiedersi: ma gli storici della rivoluzione francese hanno fatto altrettanto con Robespierre? Anche il cavallo di Cromwell era bianco, bello ed intrepido? Cosa aveva di speciale la jeep del generale Patton? E quanto mai sarà bella e ‘figa’ l’auto blu del nostro premier?
Proviamo a rendere un po’ più umano il nostro “eroe dei due mondi”, per dovere verso la storia, verso la verità e verso lo stesso cavaliere con qualche macchia e qualche peccato. Intanto oltreoceano non fu solo gloria. In Uruguay impiegò parte del suo tempo a rubar cavalli e, una volta colto con le mani nel sacco, fu condannato per abigeato al taglio dell’orecchio. Da qui, molto probabilmente, la necessità di far crescere le sue chiome, non per beltà ma per nasconder la vergogna. Tra un furto di bestiame e l’altro ebbe il tempo anche, al comando del piroscafo ‘Carmen’, di fare il negriero (o “gialliero” visto che trasportava cinesi?); i cinesi in Sudamerica erano molto ricercati per lavorare il guano, utilizzato come fertilizzante per le piantagioni[7]. Lo troviamo poi in Italia a far da garante all’insolvente figlio Menotti… Pare che il Banco di Napoli stia ancora aspettando l’estinzione del prestito. Ma il massimo lo si raggiungerà con la presa di Porta Pia: monumento imperiale sul Gianicolo (ma il cavallo di bronzo non denuncia tutto il suo candore…) Garibaldi intrepido che entra a Roma…. Pensare che lo racconta lui stesso di essere entrato in Roma a cavacecio, sulle spalle di Ignazio Bueno, suo attendente uruguaiano, perché impedito da forti dolori artritici[8]. Potremmo quasi riproporre, per restituire il prode Giuseppe all’alveo degli esseri umani, la celebre battuta di Jessica Rabbit al coniglio Roger: «Non sono cattiva, è che mi disegnano così!»[9].
Come ha giustamente scritto Giorgio Candeloro: «la storia del Risorgimento non è sacra; è fatta da uomini, non da eroi»[10].
L’aspetto politico dell’unità italiana
«Nel 1860 – scrive Pino Aprile – tutto è giustificato dal fine: ‘Costruire un paese’ (…) in inglese ‘Building a Country’. Ricordate? Si chiamava così il progetto di George Bush junior per giustificare l’invasione dell’Iraq»[11]… Camillo Benso, conte di Cavour, Presidente del Consiglio già da diversi anni, con proprietà consistenti e principale azionista della “Società Anonima dei Molini Angloamericani”, conflitto di interesse per il quale Angelo Brofferio ebbe a scrivere: «il conte di Cavour è un magazziniere di grano e di farina, contro il precetto della moralità e della legge»[12], con meno cipiglio del “pistolero yankee”, ma sornione e volpino, utilizzò la spedizione di Garibaldi quando la stessa cominciava a diventare pericolosa e poteva trasformarsi in una vera e propria rivoluzione, sfuggendo di mano ai notabili dell’epoca che del progetto di unità volevano farne un affare. Cavour, con il suo seguito di affaristi, era divenuto milionario grazie ad una serie di leggi ad personam (et homines congregati…) che, pur senza detenere Tv, giornali, case editrici ecc…, lo resero, ben presto, il re Mida del Piemonte. Ma non fu solo il quadro politico piemontese preoccupato dall’enorme deficit accumulato in quegli anni di crisi a scatenare la guerra non dichiarata al Regno delle Due Sicilie, anzi, a onor del vero, casa Savoia e il suo ‘notabile’ governo si limitò semplicemente a favorirne l’azione, sponsorizzata dagli inglesi i cui interessi, soprattutto per le solfatare siciliane[13], erano stati messi in discussione dagli accordi di Ferdinando II di Borbone con la Russia che il figlio, Francesco II salito al trono nel 1859, aveva ereditato e dalla Massoneria i cui interessi economici su quel ricco paese, era forse ancor più evidenti. «Nel 1856, a Parigi, – scrive del Boca – si incontrarono Cavour e lord Clarendon, inviato speciale di lord Palmerston. A nome del governo di sua Maestà e della massoneria venne indicato quali erano le condizioni di Londra: defenestrare i Borboni e favorire un allargamento a sud del regno del Piemonte. Gli ambasciatori James Hudson a Torino e Henry Elliot a Napoli erano al corrente di questi progetti e stavano lavorando perché si realizzassero»[14].
Mafia e camorra fecero il resto. Soprattutto a vittoria acquisita dalle camicie rosse.
Non è un caso (ed è una verità a prova di smentita) che Vittorio Emanuele rimase… II e non acquisì nuova “numerazione” e la legislatura successiva all’annessione del Regno delle Due Sicilie non fu la prima dell’Italia unita, ma l’VIII del Piemonte… Non era però finita lì…
Già dal 1861 i militari sbandati dell’esercito borbonico (tra i quali va citato per coraggio e capacità militare il sergente Romano), neo garibaldini pentiti (è il caso di Carmine Crocco Donatelli, forse il più noto tra “i briganti” postunitari), i contadini traditi dalle false promesse di terra di Garibaldi, il semplice popolino che si vide imporre nuove tasse e la leva obbligatoria e, quindi, la sottrazione di braccia utili all’economia familiare ed i legittimisti fedeli alla corona di Napoli (famoso il generale spagnolo José Borges), diedero vita ad una vera e propria guerra civile di cui non si trova traccia coerente nei libri di storia. Non stiamo parlando di briganti (briganti potevano essere i piemontesi che senza dichiarazione di guerra invasero il sud e briganti apparvero con quel loro francese incomprensibile alle popolazioni meridionali), un esercito resistente, che si oppose fino allo stremo al nuovo ordine costituito.
Non parliamo di briganti, endemico male italiano ancora oggi, con altri nomi, con altre mire. È un fenomeno diverso e molto ben delineato da Vincenzo Padula: «ora abbiamo il brigantaggio; tra l’una e l’altra parola corre grande divario. Vi hanno briganti quando il popolo non li ajuta, quando si ruba per vivere o morire con la pancia piena e vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è la causa del popolo»[15].
Una guerra civile che procurò disastri e lutti, che vide rase al suolo intere città (Pontelandolfo e Casalduni su tutte) da far passare in second’ordine le stragi di Marzabotto e delle Fosse Ardeatine, da sfiorare la gelida criminalità nazista con i campi di concentramento di S. Maurizio e Fenestrelle, dove furono confinati a migliaia soldati borbonici, contadini e familiari innocenti; al gelo delle Alpi, senza protezioni dal freddo a morir di stenti e fame[16].
L’aspetto economico dell’unità italiana[17]
Secondo Tommaso Pedìo, attento studioso di cose meridionali, al momento della spedizione dei Mille, «lo stato delle Due Sicilie era il più progredito»[18]. E con lui concorda una schiera innumerevole di storici ed economisti. Abbiamo già detto della questione dello zolfo che riveste, ovviamente, anche un carattere economico nella vicenda, ma che ho ritenuto opportuno inserire tra gli aspetti politici proprio perché determinante della mutazione del quadro di alleanze internazionali del periodo. Alleanze che tenevano sempre in maggior conto l’utile finanziario che ogni ribaltone o semplice ridefinizione di governi e confini potevano determinare. Ma qui vogliamo cogliere l’aspetto successivo alla finanza politica, ossia il vero saccheggio del sud, come prodromo (e non è un pensiero isolato di chi scrive) di quella che, negli anni avvenire, diverrà ‘la Questione Meridionale’.
È noto che Francesco II abbandonò Napoli lasciandovi pressoché intatto tutto il patrimonio del Regno (portò con sé due quadri e un cospicuo numero di urne cinerarie di avi e santi). «Che fine fa quella montagna d’oro? E quanto grande era davvero? – si chiede Pino Aprile – Francesco Saverio Nitti, che ebbe accesso ai documenti, contò più di 443 milioni di lire-oro (dei 664 di tutta l’Italia messa insieme) quasi metà dello spaventoso deficit del Piemonte. Per capire di cosa stiamo parlando, ho chiesto al professor Vincenzo Gulì (è l’argomento da lui maggiormente studiato): a cosa corrisponderebbero oggi? Ecco la sua risposta: “a circa duecento miliardi di euro, applicando la rivalutazione e l’interesse legale”»[19].
I debiti del Piemonte furono risanati con l’annessione del regno delle Due Sicilie, l’arricchimento del nord fu uno delle ragioni fondamentali alla base dell’unità d’Italia. Migliaia le razzie che si potrebbero citare, per le quali vi rinvio ai testi in bibliografia, solo di una mi pare il caso di parlare perché nel suo ridicolo ci restituisce tutta la protervia degli occupatori sabaudi: perfino una stazione ferroviaria, quella di Salerno, fu smontata interamente e rimontata al nord! Alle popolazioni del sud, come ebbe a sottolineare il povero Franceschiello, in breve tempo non rimasero nemmeno gli occhi per piangere!
Ben presto i divari fra le regioni crebbero in misura esponenziale, uno studio di Daniele e Malanima[20] ha dimostrato come la Campania dalle posizioni di testa (al pari con la Lombardia ancora fino al 1891), precipitò vertiginosamente in basso nei trent’anni successivi ed il ventennio fascista contribuì ad allargare il solco. Si pensi solo alla bonifica delle paludi pontine le cui terre, una volta restituite alla produttività, furono assegnate ad agricoltori del nord-est, lasciando alle popolazioni del sud aperta solo la strada dell’emigrazione interna ed estera.
Questa perfetta continuità, dal liberismo delle consorterie al neoliberismo degli stessi gruppi del nord, è quella che ritroviamo nei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’unità il cui comitato ha sede, ma guarda un po’, proprio a Torino e che ha già stilato una serie di iniziative, sempre nella “capitale sabauda”. Ma è quella stessa consorteria che, proprio in coincidenza con l’unità d’Italia, si avvia ad approvare una legge sul federalismo che rischierà di acuire ancor di più il divario tra nord e sud. È tanto un parlare di ‘regioni virtuose’ e ‘meno virtuose’ che presto ci sentiremo proporre il salario federale (e Pomigliano non è che una tragica anticipazione) perché in molti hanno dimenticato (sindacati confederali in primis) che il legare i salari alla produttività in assoluto è un’operazione che deve tener conto dello sviluppo delle infrastrutture. Con maggiori infrastrutture la produttività schizza in alto ma è noto a tutti lo stato delle infrastrutture al sud e non sarà il ponte sullo stretto di Messina che potrà far tendere al riequilibrio.
Conclusioni
«Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocefiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti»[21] scriveva Gramsci nel 1920 e la sua analisi sulla Questione Meridionale risulta ancor oggi validissima e confermata anche dall’amaro sfogo di Giustino Fortunato che, sostenitore dalla prima ora dell’unità messa in atto da casa Savoia ebbe ben presto a pentirsene. In una lettera allo storico Pasquale Villari ammise infatti: «è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’Unità ci ha perduti»[22].
Oggi siamo ostaggio di un governo degli affari privati, le cui priorità coincidono esclusivamente con le priorità di uno solo e la cui predisposizione alla garanzia dei diritti dei singoli cittadini è l’ultimo dei problemi. È chiaro a tutti che mai governo sia stato più pericoloso proprio in materia di unità. La sola presenza della Lega in ministeri chiave ne è un segnale preoccupante. E se ci vollero mille camicie rosse per risalire l’Italia da Marsala al Volturno ed unificarla almeno dal punto di vista militare, oggi potrebbero essere sufficienti poche decine di mestatori alleati ad imprenditori senza scrupoli per scompaginarla di nuovo. Per questo c’è poco da festeggiare.
[1] Del Boca, L. Indietro Savoia, storia controcorrente del Risorgimento. Piemme Edizioni, Milano 2003, pag. 12.
[2] Da quel rinvenimento scaturì un testo fondamentale per tanti studiosi: Molfese, F. Storia del Brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano, 1964.
[3] In Gorresio, V., Risorgimento scomunicato, Bompiani, Milano, 1977.
[4] Analogo episodio di cattiva storiografia avvenne per la battaglia di Castelfidardo (18 settembre 1860) che si combatté, in realtà a Crocette, ma la storiografia di Stato spostò nel più eufonico e ridondante Castelfidardo per compiacere il generale Cialdini, noto come il “coniglio di Custoza” e massacratore delle popolazioni del sud. Cialdini era al comando di 14.000 uomini avendone di fronte solo 2.000 dello Stato Pontificio. Meritò il titolo di duca, ma a lui “duca di Crocette” proprio non piaceva. Che fare? Si pensò bene di spostare la battaglia a Castelfidardo e così, uno dei più sanguinari protagonisti in negativo del Risorgimento italiano, poté crogiolarsi con il titolo di duca di Castelfidardo.
[5] Per i 150 anni dell’unità d’Italia la città di Gaeta, racconta lo storico locale Antonio Ciano, ha deciso di avviare le pratiche di risarcimento danni per l’assedio della città, terminato a metà febbraio del 1861. La procedura è stata avviata contro la famiglia Savoia e non contro lo Stato, proprio perché non vi fu alcuna dichiarazione di guerra.
[6] Citato in Aprile, P., Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del sud diventassero meridionali. Piemme Edizioni, Milano, 2010, pag. 53.
[7] Anche Giorgio Candeloro, storico del Risorgimento visto dalla parte dei vincitori, in una intervista alla giornalista Laura Lilli dichiarò testualmente: «…Garibaldi, un po‘ avventuriero, un po‘ uomo d‘azione, (…) va in Perú e, come capitano di mare, prende un “comando” per dei viaggi in Cina. All‘andata trasportava guano (depositi di escrementi di uccelli che si trovano nelle isole al largo del Perú), al ritorno trasportava cinesi per lavorare il guano: la schiavitú in Perú era stata abolita e il guano non voleva lavorarlo più nessuno. Insomma un lavoretto un po‘ da negriero. Era un avventuriero, un uomo contraddittorio, fantasioso, un personaggio da romanzo».
[8] Garibaldi, G., Memorie, Introduzione e note di Giuseppe Armani, Rizzoli editore, 1982.
[9] Chi ha incastrato Roger Rabbit, film d’animazione del 1988 diretto da Robert Zemeckis e prodotto dalla Disney e dalla Amblin Entertainment.
[10] Due, tre cose che so di Garibaldi, Intervista a Laura Lilli, quotidiano La Repubblica del 20 gennaio 1982. Citata anche in nota 7.
[11] Ibid. pag. 111.
[12] Brofferio, A., Ingrassavano lecitamente i monopolisti, La Voce del 24 novembre 1853.
[13] Lo zolfo, all’epoca, era il primo “motore d’energia”, indispensabile per far andare le industrie anglosassoni. Si veda, al riguardo, Raleigh Trevelyan, Garibaldi in Sicilia, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano, 2004.
[14] Del Boca, L. Indietro Savoia. Op. cit. pagg. 177-178.
[15] Padula, V. Calabria prima e dopo l'unità, Laterza, Bari, 1977
[16] “Oggi da più parti si ricorda il periodo in cui la fortezza divenne un campo di concentramento per truppe borboniche e papaline. Recenti ricerche sottolineano le pessime condizioni in cui nel 1861 questi militari furono «ospitati» a Fenestrelle: laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei. E' noto un tentativo di ribellione ideato dai reclusi, piano sventato quasi per caso dalle autorità piemontesi”. (da http://www.fortedifenestrelle.com/Prigioni.html).
[17] I dati economico-statistici riportati in questo paragrafo sono tratti, quasi interamente, dall’eccellente lavoro di Pino Aprile già citato in nota 6 e riportato in bibliografia. Riferimenti ad altre pubblicazioni saranno, invece, debitamente segnalate in nota.
[18] Pedìo, T., Economia e società meridionale a metà dell’Ottocento, Capone Editore, Lecce, 1992.
[19] Aprile, P., Terroni, op. cit.
[20] V. Daniele-P. Malanima, Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004), in “Rivista di Politica Economica”, 2007, XCVII, pagg. 1-49
[21] Citata in Bracci Torsi B., Di Brango E. (a cura di), E i contadini presero il fucile!, opuscolo guida alla mostra storico-fotografica dell’8 settembre 2003, festa nazionale di Liberazione “Che Macello!” Testaccio, Roma.
[22] Citata in Aprile, P. Terroni. Op. cit. pag. 118.
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