
per il socialismo possibile
Nome sezione: Storia
sottotitolo: Ernesto Che Guevara
atti del Convegno organizzato dall'Ambasciata di Cuba a Roma
“Il giovane Ernesto Guevara racconta l’America Latina”
di Enzo Di Brango
Direttore di Redazione
rivista Nuestra América
CONVEGNO: Ernesto Che Guevara, i giovani e la cultura universale
Roma, Musei Capitolini, 9 ottobre 2007
Relazione:
Piano della relazione
I viaggi in America Latina del giovane Ernesto forgiano una personalità che, già all’interno della propria famiglia, si era plasmata sui valori della solidarietà e dell’internazionalismo. La sua infanzia tra le mura domestiche trascorre a stretto contatto con gli esuli della guerra civile spagnola che lì hanno trovato rifugio e quando parte, con Alberto Granado, con la “poderosa II” il loro percorso diventerà un’elaborazione interiore dei problemi che affliggono il continente rebelde.
Sarà una benefica contaminazione culturale tra il suo ancora acerbo essere di sinistra e la spaventosa realtà in cui versa la stragrande maggioranza dei latinoamericani. Una riflessione sul neoliberismo e sugli strumenti di controffensiva che una rivoluzione di giovani, come quella cubana, offre ancora oggi alle giovani generazioni.
Prologo
In una lettera del 1960 scritta ad un suo conterraneo argentino, Ernesto Che Guevara spiega che «i nordamericani, grandi inventori di test e sistemi di misura per tutto, hanno applicato uno di questi strumenti […] secondo i loro schemi di valutazione, dove si diceva: “Nazionalizzeremo i servizi pubblici” andava letto: “Eviteremo che questo succeda se riceveremo un sostegno ragionevole”; dove si diceva: “Liquideremo il latifondo” andava letto: “Utilizzeremo il latifondo come una buona base per ricavare denaro per la nostra campagna politica, o per le nostre tasche personali” e così via. Non è passato mai per la loro testa che quello che Fidel Castro e il nostro movimento dicevano in modo così ingenuo e drastico fosse davvero ciò che pensavamo di fare»[1].
Bizantinismi, mezze parole, dispute capziose non appartenevano al lessico ed alla cultura di Guevara e non vi appartennero nemmeno nella sua breve, intensa esperienza politica a Cuba.
Il perché va ricercato nella sua evoluzione educativa, sin dalla prima infanzia. Va ricercato nel suo modo di voler crescere assorbendo il più possibile le conoscenze che la vita e la società dell’epoca gli potevano offrire.
L’infanzia è senz’altro un processo casuale, ma il ruolo del caso tende a ridimensionarsi, fino ad essere cancellato, nel momento in cui il piccolo Ernesto si mette alla ricerca delle basi per approfondire la ricerca della verità, della sua verità che non può essere frutto di mediazioni.
Se tra le casualità incidentali si può inserire un nonno materno dirigente del partito radicale argentino ed un prozio materno tra gli attivi della rivoluzione argentina del 1890, così come le più moderate figure materna e paterna; la sua caparbietà e la sua volontà sono un aspetto che Guevara coltiverà per tutta la sua breve vita.
In questo contesto si plasma il futuro guerrigliero, in un contesto che gli offre possibilità di scelta, di scelte dettate da una logica di casualità che poteva riflettersi solo all’interno del suo nucleo familiare, di scelte che ha sempre operato senza mezze misure, dicendo sempre ciò che pensava ed agendo sempre di conseguenza.
Il bene e il male
Sin da bambino la sua personalità va forgiandosi, quindi, secondo regole che non ammettono mezze misure all’interno di una scala classificatoria dove ogni cosa, ordinatamente, prende il suo posto, collocandosi dalla parte del bene o del male a seconda del suo criterio valutante.
Bene/male è una dicotomia essenzialmente etica, una dicotomia all’interno della quale individuare anche i corretti valori legati al bene ed i disvalori legati al male. Per interpretarla con Platone (che non mancò tra le letture adolescenziali del Che) «l’idea del bene è fonte di verità e di conoscenza del mondo ideale»[2].
Ed in famiglia, a modo loro, Ernesto Guevara Lynch e Celia de la Serna, fornirono sempre ai propri figli, con chiarezza e convinzione ideale, i parametri che delineano e separano il bene dal male. Ernesto, come tutti i figli del mondo in ogni epoca, li fece propri e li rimodellò intorno alla sua cultura.
Nel 1937, all’età di otto anni, Ernestito comincia a confrontarsi con la guerra civile spagnola. I coniugi Guevara, “borghesi illuminati”, avevano ospitato i figli di un combattente repubblicano e con loro, attraverso una radio e le classiche guerre di soldatini che tutti noi maschietti abbiamo fatto da bambini, Ernesto Guevara si mantenne costantemente informato sugli sviluppi avendo assorbito sia dai genitori che dagli ospiti spagnoli nella sua scala classificatoria i repubblicani dalla parte del bene.
Lo ritroviamo poi, a dodici anni di età, con la tessera di Accion Argentina ad offrirsi come investigatore di infiltrati nazisti in Argentina.
Ma un altro “genitore” non voluto è stato artefice della sua infanzia e lo ha accompagnato fino ai giorni tristi di Quebrada de Yuro, l’asma. Fu proprio durante i continui riposi ai quali la malattia lo costringeva, che ancor prima di formarsi completamente come uomo, leggeva già Marx, Lorca e si interessava a Gandhi.
A metà strada tra la non violenza gandhiana e le nefaste esperienze militari che aveva vissuto, a seguito del colpo di stato in Argentina del 4 giugno 1943 ebbe a commentare nello stupore scandalizzato di maestri e compagni di scuola: «I militari non danno cultura al popolo, perché se il popolo fosse colto non li accetterebbe»[3].
L’attività politica non è, tuttavia, in quegli anni una sua particolare passione. Lo diventerà dopo i suoi viaggi, soprattutto dopo il secondo viaggio e, con il terzo, maturerà per sempre la sua vocazione di rivoluzionario.
L’esperienza del viaggio
Diceva Marcel Proust: « L'unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell'avere nuovi occhi »[4]; per Ernesto i viaggi rappresentarono una impellente ricerca di verità spirituale e materiale.
Il viaggio di Ernesto Guevara è comunemente associato a “Latinoamericana. Un diario per un viaggio in motocicletta” pubblicato da Feltrinelli e al film da esso scaturito “I diari della motocicletta”.
In realtà i viaggi del giovane Guevara furono tre e tutti con i relativi livelli di importanza nella sua formazione politica; rappresentarono non solo la frattura e il distacco dal suo mondo, dalla propria casa, dalla propria città, dalle proprie abitudini, da tutto ciò che fino a quel momento era stato, ma anche la prima vera presa di coscienza «dell’arretratezza in cui viveva la stragrande maggioranza della popolazione, che non occupava una posizione privilegiata nella società ed era condannata alla povertà»[5].
Ernesto Guevara, 21enne, parte con una bicicletta attrezzata con un motore Cucciolo di fabbricazione italiana alla scoperta dell’Argentina, tra l’ammirazione dei fratelli e delle sorelle e le comprensibili preoccupazioni dei genitori. Un viaggio avventuroso, molto più avventuroso del successivo con Alberto Granado, al termine del quale registrerà nei suoi appunti: «Mi rendo conto di aver maturato in me qualche cosa che da tempo cresceva nel frastuono cittadino: l’odio per la civiltà, la ruvida immagine di persone che si muovono come impazzite al ritmo di quel tremendo rumore»[6].
Val la pena di ricordare che fu in questo primo viaggio che cominciò ad interessarsi alla lebbra ed ai problemi di coloro che ne erano affetti, quando si recò a trovare colui che poi diventerà compagno fedele nel suo secondo viaggio, Alberto Granado, che lavorava al lebbrosario di Chañar, nei pressi di Cordoba.
Accadde qui un episodio che la dice lunga sulla solidità della “scala dei valori” che Guevara aveva acquisito direttamente dall’educazione ricevuta in famiglia. In questo lebbrosario era ricoverata una bellissima ragazza che rifiutava l’idea di aver contratto la terribile malattia e cercava di convincere Granado del suo buono stato di salute, rispondendo alle sollecitazioni che lo stesso Alberto vibrava sul suo corpo pungendola in più parti colpite dal morbo. Quando Granado la perfora con un ago in una zona resa insensibile dalla lebbra, la ragazza non ha alcun tipo di reazione ma Guevara reagisce con estrema violenza portando poi rancore al suo amico per diversi giorni. Per dirla con Taibo II, si tratta della «reazione a uno dei grandi peccati che col tempo è andato collocando nel suo decalogo, un peccato imperdonabile: gli affronti alla dignità. Si può usare la durezza ma mai, mai, l’inganno»[7].
È nel 1952 che, a bordo di una scalcinata Norton 500, la ormai famosa Poderosa II^, Ernesto Guevara e Alberto Granado partono dall’Argentina per un viaggio che, attraverso 12.000 Km, permetterà loro di visitare ben 5 Stati del continente rebelde.
Al ritorno Ernesto scriverà: «Il personaggio che ha scritto questi appunti è morto quando è tornato a posare i piedi sulla terra d’Argentina, e colui che li riordina e li ripulisce ‘io’ non sono io; perlomeno, non si tratta dello stesso io interiore. Quel vagare senza meta per la nostra ‘Maiuscola America’ mi ha cambiato più di quanto credessi»[8].
Cos’era accaduto di tanto sconvolgente da indurre Guevara a parlare di mutazione dell’io interiore? È, probabilmente, l’aver acquisito i nuovi occhi, aver toccato direttamente le dure realtà del continente, da Antofagasta dove le condizioni disumane di sfruttamento dei minatori erano per lui inimmaginabili, a Lima che si presenta come una città la cui popolazione è organizzata “scientificamente” per ceti razziali, a Caracas dove il contrasto tra ricchezza e povertà è oscenamente ostentato sotto gli occhi di tutti, inserendo in tutti questi vari contesti la questione della scarsa assistenza sanitaria che, ai suoi occhi di giovane laureando, procura un effetto ancor più devastante. Andrà infatti ad annotare sul suo diario: «Starò dalla parte del popolo e so, perché lo vedo impresso nella notte, che io, l’eclettico sezionatore di dottrine e psicoanalisi dei dogmi, assalterò barricate e trincee urlando come un ossesso, tingerò le mie armi nel sangue e, pazzo di furia, sgozzerò ogni vinto che mi cadrà tra le mani»[9].
Nel 1953 Guevara compirà il 3° viaggio che culminerà nell’incontro, in Messico, con Fidel Castro e con la sua adesione alla spedizione del Granma per avviare a Cuba la lotta rivoluzionaria di liberazione dalla dittatura appoggiata dagli Stati Uniti.
Prima tappa in Bolivia dove sta per essere attuata una riforma agraria tra manifestazioni e disordini in tutto il paese.
Dalla Bolivia Ernesto torna di nuovo in Perù per poi passare alcuni giorni in Ecuador dove comincia a maturare l’idea di recarsi in Guatemala, paese che sta attraversando una interessante fase politica sotto la guida di Jacobo Arbenz.
Ma arrivare in Guatemala significa passare prima per Panama e poi per la Costarica dove Guevara annota un’altra sua fondamentale considerazione sullo sfruttamento perpetrato dagli Stati Uniti nel loro cosiddetto patio trasero[10] attraverso la multinazionale alimentare United Fruits e convincendosi «di quanto siano terribili queste piovre capitaliste. Ho giurato davanti a un’immagine del vecchio e compianto compagno Stalin che non avrò pace finché non le vedrò annientate»[11].
L’impatto con il Guatemala sarà invece ricco di interesse per Ernesto. In una lettera alla zia Beatriz scrive infatti: «Questo è un paese in cui uno può dilatare i polmoni e gonfiarli di democrazia. Ci sono tutti i giornali che la United Fruits può mantenere e che se io fossi Arbenz chiuderei in cinque minuti perché sono una vergogna, e tuttavia dicono quello che vogliono e contribuiscono a creare l’atmosfera voluta dagli Stati Uniti, dipingendo questo paese come un covo di comunisti, ladri traditori eccetera»[12].
Proprio in Guatemala Ernesto conoscerà Hilda Gadea, un’esiliata peruviana che lo aiuterà a sistemarsi in una pensione economica. Hilda ha due anni più di Ernesto ed una solida formazione politica derivante dalla sua attività nell’Apra peruviana, cagione anche del suo esilio. Ma in Guatemala Guevara fa amicizia anche con Ñico Lopez che aveva partecipato all’assalto della caserma di Bayamo il 26 di luglio del ’53, azione svolta in concomitanza con l’assalto al cuartel Moncada di Santiago de Cuba. È, anche quest’ultimo, un contatto che segnerà la vita di Ernesto. Ñico impressionerà favorevolmente Ernesto che, sul suo conto, ebbe ad annotare: «Quando sentivo i cubani fare delle affermazioni magniloquenti con assoluta serenità mi sentivo piccolo. Io posso fare un discorso dieci volte più obiettivo e senza luoghi comuni, posso leggerlo in pubblico meglio e posso convincere l’uditorio che dico delle cose vere, ma non convinco me stesso, mentre i cubani sì. Ñico lasciava l’anima nel microfono e per questo riusciva a entusiasmare uno scettico come me»[13]
Dopo Ñico, la colonia di esuli cubani cui Ernesto si affida crescerà ed il rapporto resterà organico sino alla spedizione del Granma che segnerà l’avvio della rivoluzione cubana.
Nel frattempo lo spettro della United Fruits comincia a farsi minaccioso anche sul Guatemala e la situazione politica prende una brutta piega.
A metà giugno del 1954 l’esercito di Castillo Armas, armato e finanziato dalla Cia, entra in Guatemala già fatto oggetto, nei giorni precedenti, di pesanti bombardamenti sulla popolazione civile dagli aerei messi a disposizione da Anastacio Somoza, dittatore del Nicaragua. In una lettera a sua madre Guevara scrive: «Due giorni fa un aereo ha mitragliato i quartieri bassi della città uccidendo una bambina di due anni. L’incidente è servito a riunire tutti i guatemaltechi intorno al loro governo e anche tutti quelli che, come me, sono venuti qui»[14].
Ma la resistenza dura pochi giorni, il 27 giugno infatti il presidente Arbenz sarà costretto alle dimissioni e per Ernesto (e Hilda) si apre la prospettiva di trasferirsi in Messico. Ernesto vi riparerà alla fine di settembre, Hilda lo seguirà più tardi.
Il Messico è, in quel periodo, una incredibile polveriera di esuli politici, sono infatti lì rifugiati portoricani indipendentisti, peruviani militanti dell’Apra come Hilda Gadea, dominicani oppositori di Trujillo, guatemaltechi in fuga, come lui, dal golpe ordito dalla Cia, ma, soprattutto i “moncadisti” cubani da poco scarcerati e riparati in Messico al seguito del loro giovane capo, l’avvocato Fidel Castro Ruz.
Ernesto Guevara vive fotografando persone nei parchi pubblici, facendosi aiutare da un giovane guatemalteco conosciuto in treno nella fuga dal regime di Castillo Armas, si chiama Julio Cacéres ma resterà noto nelle fulgide pagine della rivoluzione cubana col nome di “El Patojo”[15].
Espulsa dal Guatemala, alla fine del 1954 Hilda Gadea si ricongiungerà ad Ernesto Guevara e, dal 18 maggio del ‘55, vanno a vivere insieme non potendo regolarizzare la propria unione vista la loro condizione di esuli e la perversa legislatura messicana.[16]
Poche settimane dopo il “matrimonio di fatto” Ernesto conosce Raul Castro e comincerà una frequentazione assidua con la colonia cubana che si è stabilita in Messico per preparare il ritorno a Cuba e dar inizio alla rivoluzione che porterà alla cacciata del dittatore filo-statunitense Fulgencio Batista.
Resta la leggenda del primo incontro tra Ernesto e Fidel che durò circa dieci ore, dal tardo pomeriggio fino alle prime luci dell’alba. Scriverà sul suo diario: «ho conosciuto Fidel Castro, il rivoluzionario cubano, un ragazzo giovane, intelligente, molto sicuro di sé e di straordinaria audacia» e confermerà le sue impressioni a Ricardo Masetti: «Fidel mi diede l’impressione di essere un uomo straordinario. Le cose più impossibili erano quelle che affrontava e risolveva. Aveva una fede eccezionale nel fatto che una volta partito per Cuba ci sarebbe arrivato. Che una volta arrivato avrebbe combattuto. E che combattendo avrebbe vinto»[17]
Pochi giorni dopo, pur considerando una follia imbarcarsi per Cuba, Ernesto, con la benedizione di Hilda, deciderà di imbarcarsi sul Granma per divenire uno dei protagonisti della rivoluzione cubana.
Conclusioni
Il Che (e ora lo chiameremo così perché è il nomignolo che i rivoluzionari cubani gli hanno affibbiato già dal fruttuoso periodo messicano) come rivoluzionario totale nacque dalla profonda analisi di quegli anni di viaggi per l’America Latina ed i suoi interessi iniziarono da allora a coincidere con gli interessi del popolo così come i suoi desideri furono semplicemente i desideri di libertà del popolo.
Ogni momento di questi primi cinque anni del decennio ’50 rappresenta un punto fermo di analisi e di comprensione che l’America Latina avrebbe potuto realizzare il proprio desiderio di giustizia solo attraverso una rivoluzione totale che avrebbe dovuto spezzare ogni maglia di quella catena che la teneva sotto il giogo degli Stati Uniti. Cuba, ed è stato qui ribadito oggi, rappresentò per lui solo una tappa di una guerra complessiva che si sarebbe dovuta combattere in ogni angolo del continente come ebbe un giorno a sintetizzare in maniera geniale: «creare uno, due, molti Vietnam».
Oggi, a quarant’anni dalla sua caduta in battaglia, il suo pensiero rimane intatto e le sue idee viaggiano veloci dentro ogni lotta che nasce e si consolida nel continente rebelde; c’è molto delle idee del Che nelle missioni venezuelane di assistenza sanitaria e di formazione scolastica che proprio Cuba garantisce; c’è molto anche nella battaglia per le nazionalizzazioni dei beni comuni che Evo Morales, con coraggio, porta avanti in Bolivia.
Ma c’è molto anche nelle lotte che ancora non hanno determinato la conquista del potere ma preparano l’ “assalto al palazzo”, dai Sem Terra in Brasile, ai Piqueteros in Argentina, dai popoli di Oaxaca alle Farc della Colombia.
Mentre poco o niente rimane nel patrimonio della sinistra europea e, soprattutto, in quella italiana. Lo andiamo segnalando da tempo con preoccupazione; già un anno e mezzo fa, quando l’attuale governo si era appena insediato, avevamo dovuto, con rammarico, registrare che «questo atteggiamento, la cui pericolosità era già stata individuata da tempo dai movimenti di liberazione del cosiddetto Terzo Mondo si è aggravato in questi ultimi anni con la nuova fase imperialista a guida unipolare USA. Ciò ha determinato un declino sia nella capacità di direzione politica, sia nell’esercizio dell’egemonia culturale da parte delle socialdemocrazie che hanno, di fatto, implementato il proprio snaturamento inseguendo la destra su tutti i fronti, finendo spesso a parlare la stessa lingua e convergendo perfino sulle politiche culturali, sociali e in materia di diritti umani»[18].
Il risveglio dell’America Latina deve, invece a nostro parere, coincidere con il risveglio culturale dei giovani, dei tanti giovani ai quali le politiche neoliberiste, di destra e di sinistra, vogliono togliere anche la possibilità di lottare per quel mondo migliore che il Che ha provato a costruire e che continua a costruire attraverso l’attualità del suo pensiero. Ne fu un profeta lui stesso quando disse, al militare che aveva avuto l’ordine (e i dollari del mandante) di uccidere: «Spara, uccidi solo un uomo». Le sue idee oggi, se ci fosse ancora bisogno di confermarlo, sono più vive che mai.
Crediamo così tanto nel ruolo che i giovani possono svolgere per proseguire le battaglie di Ernesto Che Guevara che abbiamo voluto che l’inserto a lui dedicato dell’ultimo numero della rivista Nuestra América, fosse interamente scritto da loro. Studenti, neo-laureati e giovani professori cubani ci parlano di questo eroe e delle sue idee, dell’uomo nuovo, dell’etica, dell’umanesimo socialista, dell’internazionalismo, del suo pensiero economico della sua grande capacità di combattere idealmente e sul campo di battaglia. È una piccola sfida per la ricomposizione del quadro rivoluzionario complessivo e non il semplice passaggio di testimone fra una generazione e l’altra, perché il Che può rappresentare la saldatura necessaria, come sostiene Fidel Castro: «Che non è caduto difendendo altri interessi o altre cause che non fossero quelli degli sfruttati e degli oppressi dell’America Latina. Non è caduto difendendo altra causa che quella dei poveri e degli umili della terra. La causa del Che trionferà, la causa del Che sta già trionfando»[19].
Roma, 9 ottobre 2007
[1] Guevara de la Serna, E., America Latina. Il risveglio di un continente, Feltrinelli, 2005. Pag. 269
[2] Cfr. it.encarta.msn.com/encyclopedia_761563725/Bene_e_male.html
[3] Taibo II, P.I., Senza perdere la tenerezza, il Saggiatore Net, 2002, pag. 27
[4] Proust, M., Massime e aforismi dalla "Recherche, Tascabili Economici Newton, 1997, pag 18.
[5] Guevara de la Serna, E., America Latina, op. cit. -prefazione- pag. 17
[6] Taibo II, P.I., Senza perdere la tenerezza, op. cit., pag. 36
[7] Ibidem pag. 36
[8] Guevara de la Serna, E., Latinoamericana. Un diario per un viaggio in motocicletta, in America Latina, op. cit., pag, 52
[9] Ibidem, pag. 51
[10] Espressione che vuol dire più o meno “cortile interno di casa” coniata dal presidente Usa James Monroe per descrivere la visione degli Stati Uniti nei confronti dell’America Latina.
[11] Guevara de la Serna, E., America Latina, op. cit., pag. 62
[12] Ibidem pag. 68
[13] Taibo II, P.I., Senza perdere la tenerezza, op. cit., pp. 67 e 68
[14] Ibidem pag.73
[15] “Il moccioso”.
[16] Questa data venne ritenuta, da Hilda Gadea, la vera data del matrimonio, come scriverà sul suo Che Guevara años decisivos.
[17] Ricardo Masetti nel libro Los que luchan y los que lloran, riportato in TaiboII op. cit. pag. 90.
[18] Rivista Nuestra América, n. 1/2006, editoriale, pag. 1.
[19] Tablada Pérez, C. El pensamiento económico de Ernesto Che Guevara, Ediciones Casas de las Americas, La Habana, 1987, pag. 212.
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