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Un commento a... L'Invenzione del Mezzogiorno, una storia finanziaria di Nicola Zitara

 

Jaca Book Editore Milano, gennaio 2011

 

«Vorrei studiare i saccheggi non tanto per spiegare com'è andata e cosa si può fare per ritirarsi in piedi, quanto per arrivare a leggerci dentro il modo di pensare dei barbari».

                                       Alessandro Baricco

Quando, nel marzo del ’64, uscì la prima edizione della Storia del brigantaggio dopo l’unità di Franco Molfese, si frantumarono i tramezzi frapposti tra le fonti storiografiche ufficiali e la storia dell’unità d’Italia nascosta. Ci erano rimasti, quali elementi di discussione ed approfondimenti, saggi ed interpretazioni di varia natura, tra i quali assumono particolare rilevanza le Lettere Meridionali di Pasquale Villari, il saggio Le origini della reazione di Gaetano Salvemini nel quale lo storico pugliese inizia proprio con il sostenere che «chi ha studiato questa storia non sui libri di testo delle regie scuole, ma sulle fonti originali non mutilate né falsificate, deve ammettere che la causa della reazione ha incominciato ad agire fin dal primo momento, in cui nel movimento dell’indipendenza e dell’unità italiana intervenne accanto al partito repubblicano il partito monarchico»[1] e Il Risorgimento di Antonio Gramsci. Poi ci pensò il fascismo a stendere una coltre pesante sulla storia ed a fomentare l’agiografia; soprattutto sulle figure chiave dell’unità, individuate in Vittorio Emanuele II (forse per necessità di potere) in Garibaldi e, perfino, in Mazzini sulla testa del quale ancora oggi grava una condanna a morte in contumacia.

Il libro di Molfese, all’epoca vicedirettore della biblioteca della Camera dei deputati, nacque tra l’altro da un evento fortuito, allorché rinvenne buona parte dell’archivio della commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio del 1863, caduto nell’oblio da oltre un secolo.

Da allora la letteratura e la saggistica hanno dedicato molteplici lavori sull’argomento ed è fiorita una vasta pubblicistica sia in chiave confermativa delle tesi ufficiali dei libri di scuola cui Salvemini fa riferimento, sia in chiave di revisione alla luce delle nuove fonti storiografiche. Ciò premesso va rilevata la particolarità di questo lavoro di Nicola Zitara, uscito postumo[2], che, utilizzando tutte le categorie della scienza economica e finanziaria tra le quali si destreggia in maniera superba, ci racconta una storia finanziaria con il piglio giornalistico che non l’ha mai abbandonato per tutta la sua vita. Se si pensa di imbattersi in un saggio dal rigore scientifico bisognerà farsi persuasi che esso è stemperato, per una facile lettura anche del lettore privo delle cognizioni di economia più specifiche, dal lessico godibile e, a tratti, pirotecnico, tipico della personalità di questo autore come ribadisce in postfazione Francesco Tassone che con lui ha condiviso l’ultimo mezzo secolo di attività: «Zitara non fa sconti, né a sé né agli altri. È il suo modo di essere in quell’”umana domanda” che è l’altro polo della sua vita. Sicché egli talvolta, non riuscendo a trattenere lo sdegno nei confronti delle mistificazioni e dei mistificatori, irrompe nell’invettiva»[3].

Dei fatti e dei misfatti dell’unità d’Italia possiamo dire di sapere molto ma ci mancava un lavoro con un taglio che, pur nel solco del suo meridionalismo dichiarato e del rispetto degli eventi storici visti dal lato di chi ne è stato la vittima, ne ripercorresse le dinamiche attraverso la storia delle due banche protagoniste, attraverso le trasformazioni del sistema monetario (già in atto nella parte di Europa più progredita) che cominciavano a far capolino anche in questo estremo versante mediterraneo, attraverso la rielaborazione dei dati di istituti come l’Istat, lo Svimez o anche recuperati dalla nutrita bibliografia cui Nicola ha fatto ricorso.

 

L’idea di Risorgimento

È imprescindibile, per poterci calare seriamente in un commento convincente, riproporre alcune tematiche fondamentali che sono alla base di un dibattito ancora lontano dall’esaurirsi, sulla nascita, lo sviluppo ed il definitivo affermarsi del movimento risorgimentale italiano. Qualche tempo fa ebbi modo di scrivere che: «Si sviluppa, in sostanza, in quella parte dell’Europa che sta per diventare Italia, a seguito anche dei venti di novità giacobini sintetizzabili nel famoso “liberté, egalité, fraternité”, un pensiero laico forte e, soprattutto per la peculiarità italiana, anticlericale, che individua nel papato un ostacolo all’unità della nazione come fattore imprescindibile per la libertà e l’uguaglianza»[4]. Questo perché il 1789, la Rivoluzione Francese ed i suoi ideali, vengono fatti propri da chi aspira ad affrancarsi dal servaggio sociale verso le classi dominanti e dal servaggio politico verso gli occupanti. Un’Italia che conta sette Stati, più o meno grandi, più o meno autodeterminati, è il territorio fertile della proliferazione della rivolta. Il 1848 ne è la prova più genuina, eroica e appassionante.

Ma questo è solo un aspetto del Risorgimento che, in realtà dopo l’incontro di Taverna Catena[5], diventa esclusivo appannaggio dei liberali e delle mire del mercato che già è alla ricerca spasmodica di nuovi territori e di nuovi soggetti recettori. Scrive infatti Zitara: «Spedendo Garibaldi in Sicilia (o permettendo che vi andasse), Cavour era ben consapevole che la posta in gioco erano 9.000.000 di nuovi sudditi paganti e uno scrigno strapieno di lenimenti per le sue piaghe finanziarie». Perde quindi il Risorgimento popolare, spinto dal basso, dalla voglia di riscatto, dalla lotta per la terra e la libertà e trionfa il Risorgimento delle destre liberali e padronali. La dinamica la racconta simpaticamente Salvemini: «Cavour, giunto al potere s’imbatté, faccia a faccia colla rivoluzione; le disse “vieni con me” e partirono a braccetto -rivoluzione e primo ministro- verso i nuovi destini del Piemonte, ben decisi ciascuno dei due di strangolare il compagno non appena arrivati in qualche luogo»[6]. «La complessa operazione – scrive Nicola – d’alleggerire tutti gli italiani si svolse nel modo voluto mercé le baionette inastate dell’esercito regio. […] In pratica, il governo unitario chiamò tutti gli italiani a pagare i debiti sottoscritti dal re Savoia».

Sapevamo che la politica fiscale perseguita dallo Stato unitario fu un’operazione di drenaggio di capitali dal Sud verso il Nord. Lo hanno scritto in molti e più di qualche “unitario” ne ha preso (controvoglia) atto; sapevamo che il gettito proveniente dall’imposta fondiaria, per esempio, passò, in pochi anni, da 40 a 70 milioni nel solo ex Regno delle Due Sicilie, contro i 52 versati dal Nord. Ed irrompono nuovi e odiosi balzelli: imposta personale, tasse sulle successioni, sulle donazioni, sulle pensioni, sulla caccia e, per il settore imprenditoriale, la tassa sulle fabbriche, su pesi e misure, sul diritto di esportazione di paglia, fieno ed avena, per citarne solo alcune. Inoltre, altro argomento noto, fu la vendita dei beni ecclesiastici e demaniali confiscati che frutterà al nuovo regno oltre 600 milioni, di cui solo un’infinitesima parte reinvestita al Sud, sottraendo contestualmente ai contadini gli "usi civici" precedentemente disponibili su quei terreni. Ma la vera storia finanziaria, nei suoi dettagli più “intimi” ed ancora da approfondire, la racconta questo libro, a cominciare dalla spedizione dei Mille, che sapevamo finanziata dagli inglesi, dai circoli mazziniani, dalla massoneria… ma ignoravamo una storia tutta interna che l’autore ci svela. Nel 1860 le entrate previste dal bilancio del Regno di Sardegna ammontano a 170.763.988, le entrate accertate sono 455.244.090 e non certo per virtuosità esattoriale, ma più semplicemente perché il Tesoro sabaudo nasconde le entrate fiscali degli Stati annessi (Lit. 284.244.090 da Lombardia, Emilia, Marche, Toscana e Umbria). Sarcasticamente Nicola si chiede: «L’esercito marciava, ma chi era a pagare gli intrepidi bersaglieri, i loro generali, le polveri da sparo, i fucili a retrocarica, i cannoni rigati, le Camicie Rosse, l’umile Garibaldi, Giuseppe La Farina e i suoi soci? Da dove arrivarono i milioni che corruppero i generali, gli ammiragli e i capitani di vascello napoletani? […] in questi due anni chi ha spesato il governo sardo e le sue leggendarie operazioni di guerra, se non i nostri amorosi fratelli di Lombardia, Emilia e Toscana?»

 

UNA STORIA FINANZIARIA

 

«È noto che cifre, percentuali e tabelle annoiano il lettore – avverte Zitara – ma chi intenda proseguire nella lettura del libro deve armarsi di santa pazienza ed esaminare le tabelle una per una, dato per dato, in quanto, dove mi è stato possibile, ho affidato la dimostrazione di una tesi ai numeri, al fine (non so se velleitario) di ridurre in prosa l’epica da quattro soldi (la spada di Garibaldi, l’ingegno di Cavour, l’onestà di Vittorio Emanuele)»; verissimo, con rigore e precisione i dati esposti nel libro parlano da soli e si colorano attraverso la vivace prosa dell’autore. Dobbiamo doverosamente aggiungere che il lettore dovrà far la conoscenza di un toponimo di nuovo conio, “Toscopadana”, termine di comodo, scrive Zitara, «con il quale s’intende designare le seguenti regioni: Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia, Toscana e la città di Roma, […] Il termine, prettamente politico, esclude le regioni venete e le Romagne»; questo perché i dati presi in esame fanno spesso riferimento al confronto tra Mezzogiorno e la citata, specifica, area. Scopriamo, così, che una rielaborazione dei dati Svimez ci fornisce la certezza che il settore manifatturiero, assolutamente inconsistente al Sud secondo la retorica unitaria, vede negli anni immediatamente precedenti la spedizione dei Mille, una preminenza incontestabile del Regno delle Due Sicilie (47,1% del totale prodotto nei 7 Stati), che tra Napoli e Sicilia gli iscritti alle Università nel 1861 sono il 67% del totale dell’intera Italia, che il debito pubblico non è invenzione dei governi dell’Italia repubblicana, ma che già l’Italia “in pectore” di Cavour era dedita al prestito in maniera ragguardevole. Un’Italia che era in perfetta continuità con il Regno sardo dal momento che la prima legislatura mantenne la numerazione progressiva precedente (VIII) e che a Vittorio Emanuele II non passò mai per la testa di “retrocedere” come I.

La storia finanziaria raccontata da Nicola Zitara parte dal momento in cui i due Stati si avviano verso la modernizzazione. «A partire dal 1831 il Regno meridionale e dal 1851 il Regno sabaudo – scrive l’autore – imboccano la via della modernizzazione. Lo fanno, però, seguendo procedure e perseguendo finalità sociali diverse. I Borbone – ancorché sarebbe facile per loro ottenere credito in virtù della stabilità finanziaria di cui il Regno gode – non amano indebitarsi. Cavour, invece, vede nell’indebitamento degli agricoltori, presenti e futuri, la fonte a cui attingere per la formazione della borghesia attiva. Cosicché indebitò il Piemonte (in effetti l’Italia-una) con i Rothschild e altri banchieri stranieri, […] La linea ferdinandea venne sconfitta diplomaticamente dall’Inghilterra, che mirava a ottenere il controllo della Sicilia». I pragmatici anglosassoni si fidavano molto dei report del loro console a Napoli: «L’industria napoletana – afferma il diplomatico – era diventata una concorrente di prim’ordine, a causa dell’abbondanza di materiali a basso prezzo e dal basso costo del lavoro»; inoltre il Regno aveva intrapreso, in concorrenza con il Regno Unito, fiorenti attività nella siderurgia e nella meccanica; il cantiere navale di Castellammare, le officine di Pietrarsa, erano tutte attività avviate molto prima che un piemontese fosse stato in grado di comprendere la differenza fra una pinza ed una zappa. «Nel Regno sabaudo, prima, e poi in Italia, – sostiene Zitara – la trasfusione di risorse sottratte alle popolazioni a favore dei finanzieri viene abilmente dissimulata con la retorica della modernizzazione. Sui libri di storia si racconta che l’indebitamento e i conseguenti gravami tributari furono una necessità e che ebbero come contropartita le costruzioni stradali e ferroviarie di cui nel paese c’era un urgente bisogno. In effetti una montagna di bugie».

 

Le due Banche

Un ruolo fondamentale nei primati del Regno delle Due Sicilie è svolto dalla sua banca che, nonostante la sleale concorrenza di cui parleremo, riuscì a sopravvivere al dissolvimento dello Stato duosiciliano. «Il sistema bancario napoletano – scrive Zitara – era uno dei meglio affinati al mondo. I depositi bancari, attraverso la fede di credito, si trasformavano ipso facto in una diversa specie di circolante (tipo vaglia della Banca d’Italia), che presentava requisiti di comodità, garanzia e sicurezza ben maggiori della traballante e sfiduciata banconota emessa a Genova e Torino»; ossia una banca che esalta le sue virtù quando il popolo (e di conseguenza la nazione) godono di “buona salute”. La Banca Nazionale sabauda vive, invece, del debito e si arricchisce, quindi, allorché le cose vanno male per il popolo e per la nazione. Vale la pena soffermarci un attimo sulla descrizione dei lavoratori del Banco delle Due Sicilie, uno spaccato di storia assolutamente interessante: «Il personale era numeroso (più di 2.000 impiegati) e non sempre ben pagato. Chi stava al vertice godeva delle 13^, 14^ e 15 ^ mensilità (una a Pasqua, una a Ferragosto e una a Natale) e a fine servizio aveva la pensione. Il trattamento economico degli impiegati di un certo rango era elevato. […] I maggiori dirigenti avevano stipendi che stavano intorno alle 5.000 lire-oro. I dipendenti ottenevano paghe annue tra i 400 e i 1.000 ducati. […] C’erano però anche dipendenti con paghe da sopravvivenza».

Vivere di debito era, per tornare ai nostri argomenti, la mission dettata dal Cavour che, ovviamente, si spese in lungo e in largo per allargare la platea di coloro che avrebbero dovuto ripianarlo. Ciò poté avvenire grazie al sodalizio con Carlo Bombrini, deus ex machina del sistema bancario sabaudo fino alla sua morte avvenuta nel 1882 e protagonista assoluto nel periodo del cosiddetto “corso forzoso”.

«La decisione di imporre il corso forzoso venne presa in Italia nel 1866 e durò fino al 1881 – si legge in Wikipedia –, per essere poi reintrodotto il 21 febbraio 1894. La Banca Nazionale del Regno d'Italia venne obbligata a concedere al Tesoro un mutuo di 250 milioni di lire al tasso agevolato dell'1,5% in cambio del riconoscimento del corso forzoso per biglietti emessi dalla banca stessa.

In pratica il deficit statale viene finanziato emettendo moneta in misura superiore alle riserve di metallo prezioso possedute dall'istituto bancario senza con questo procedere alla svalutazione della moneta»[7]. Niente di più falso! Ed anche l’enciclopedia on-line ci cade… Wikipedia a volte adotta la dicitura che “l’informazione è di parte”, ma quando arriva direttamente dal potere costituito è la verità, non serve nemmeno che la bugia sia ripetuta più volte…[8]

 

La moneta e le prime banconote

Quando, nel 1864, cadde il ministero Minghetti, fu la volta di La Marmora che assegnò a Quintino Sella la responsabilità delle Finanze. Il neo ministro, con una “cartolarizzazione” ante litteram «propose che i beni degli ex Stati, avocati al prestigioso Regno d’Italia, fossero ceduti per la vendita ad una società privata, la quale in cambio avrebbe subito anticipato allo Stato la cifra di 150.000.000. […] dalla dilapidazione del patrimonio pubblico trasse vantaggio la speculazione cavourrista e non la nazione italiana che gli storici affermano quale beneficiaria. […] La mafia e il capitalismo di Stato, gestito dalla nuova classe degli eletti dal popolo, non ci vengono da Adamo ed Eva, ma da Vittorio il Vittorioso e dalla gestione che la sua parte ha fatto e fa del Sud». Va, innanzitutto, fatta una precisazione: l’approccio al sistema monetario dell’epoca non è quello che ci è familiare al giorno d’oggi «Siamo ancora agli anni in cui la carta non vive una vita autonoma, ma è legata all’oro. Presso i privati, d’oro ce n’è parecchio, ma la gente lo tiene stretto, specialmente al Sud, perché il suo valore è chiaro e certo, mentre è poco chiaro e poco certo il valore della carta [emessa dagli istituti bancari, N.d.A.]». Questo rappresentava un problema anche in caso di solvibilità. Tanto è vero che le prime inique gabelle venivano calcolate dai contribuenti in valore locale (ducato) e pagate con la stessa moneta, cosa che al Bombrini faceva enorme piacere perché incassava moneta vera al posto della virtuale carta sabauda; come rileva Zitara: «un caos organizzato con il fine preciso di risucchiare numerario metallico dalla nazione una e indivisibile» ad un popolo uso alla moneta e rispettoso del suo valore per educazione civica.

Detto ciò ritorniamo alle origini del corso forzoso dove Bombrini diede il meglio di sé con la complicità dei suoi accoliti[9]. Afferma infatti Nicola Zitara: «Il suo progetto di comandare in Italia trova un comodo alibi nei preparativi di guerra contro l’Austria, per la conquista del Veneto. Il regno andrà incontro a spese eccezionali, per far fronte alle quali la Banca Nazionale stampa 250.000.000 di biglietti per conto dello Stato. Il tasso di interesse è speciale: l’1,50%. Naturalmente si tratta anche qui di una truffa. Infatti la banca non solo non ci mette niente di suo, tranne la stampa, ma è anche liberata dal debito in oro che era incorporato nei biglietti già circolanti, ufficialmente circa 200.000.000. […] Eppure a noi poveri lettori di libri di storia (ed a Wikipedia, N.d.A.) viene raccontato che i patriottici dirigenti dell’Italia una e indivisibile non potevano fare altrimenti che spremere la patriottica Banca Nazionale nel Regno d’Italia. Ma la realtà è esattamente l’inverso».

 

Liberismo e Protezionismo

La civiltà industriale, fatta di produzione e produttori, non si concilia con la società ipotizzata dal Cavour, fatta di speculazione e speculatori, attraverso l’esasperazione del debito ed i profitti della banca centrale. Questo è alla base di un ragionamento che mi è capitato di affrontare recentemente e che, in maniera forse sbrigativa, avevo accollato alla prodigalità della lingua italiana sulla locuzione, a mio parere, inadeguata di “Questione Meridionale”[10]; tant’è che Zitara individua nel lemma una sorta di suicidio di massa del Sud, fomentato, ovviamente, da chi ha scritto la storia. Ed, in effetti, se ci pensiamo bene, il termine rimanda ad un qualcosa di endogeno, di prodotto all’interno, piuttosto che effetto di altri ed altre vicende.

Ma non è così, la “Questione Meridionale” non la inventò il Sud per giustificare i suoi presunti ritardi, la “Questione Meridionale” la creò il Nord, la politica cavourrista, le baionette di Cialdini, che fecero del meridione una colonia interna.

Possiamo, oggi (e grazie a Nicola Zitara), non solo per l’ultimo suo lavoro ma anche (e soprattutto) per il saggio L’unità d’Italia: nascita di una colonia che già nel 1971 abbozzava queste teorie, sostenere che la conquista del Sud fu un esercizio colonialista che servì alle casse dello Stato sabaudo, servì ad inaugurare un periodo di accaparramento dei beni primari da parte del grande capitale, celato dietro l’aura nobile della costruzione di una nazione.

Obiettano in molti quando si parla di colonialismo interno ma è genuinamente così, come sostiene André Gorz: «Il colonialismo non è soltanto una pratica esterna del capitalismo monopolistico. Esso è, infatti, innanzitutto una sua pratica interna. Le sue prime vittime non sono le nazioni sfruttate, oppresse, smembrate, ma proprio le popolazioni, o una parte delle popolazioni dei paesi dominanti. La concezione in base alla quale il mondo appare semplicisticamente diviso in nazioni imperialistiche e in nazioni sfruttate presenta, tra gli altri inconvenienti, quello di proporre una visione del mondo per la quale i cosiddetti popoli ricchi si troverebbero interamente da una parte della barricata e tutti gli altri dall’altra parte»[11].

Si dice (e leggiamo con frequenza) che il Regno delle Due Sicilie fosse caratterizzato da una sorta di protezionismo che fungeva da palla al piede allo sviluppo ed alla modernizzazione. Anche questo luogo comune appartiene alla fabbrica del falso che, in questi ultimi 150 anni, si è prodigata per cercare di dare autenticità all’agiografia di Stato. Al riguardo Nicola Zitara precisa e dimostra che:«in nessun paese al mondo, a partire dalla stessa Gran Bretagna, culla della rivoluzione industriale, e men che mai nell’Italia toscopadana, si è passati dalla piccola produzione mercantile alla fase dell’industria moderna in un quadro liberoscambista. Francia, Germania, Stati Uniti, Giappone, Russia hanno protetto, a volte fieramente, le proprie imprese.» Da tale tipo di comportamento mercantile non è esente nemmeno l’Italia cavourrista che si proclama liberale e liberista; tant’è che un convinto sostenitore del liberismo dell’epoca, per giunta meridionale ma filounitario come Francesco Ferrara ebbe da ridire: «Non ci lasciamo ingannare dalle parole! Con qualunque formola che si voglia decorare un tal sistema, essa sarà sempre protezione, e noi non sapremmo comprendere perché mai questo nome odioso si debba tutto addossare sulle dogane – privilegio dell’interno contro l’esterno – facendone immuni le tante forme con le quali la protezione all’interno stabilisce dei privilegi tra lavoro e lavoro, tra capitale e capitale».

In effetti ha ragione Nicola perché la storia industriale italiana, accuratamente depurata degli slogan antiborbonici, ci insegna che l’industria italiana, l’affermazione dell’Ansaldo, della Breda, della Fiat, sono dovute più a politiche protezionistiche che ad altro. E la tradizione è continuata anche in questi primi anni del XXI secolo, se solo facciamo riferimento alla vicenda Alitalia ed all’ultimo caso Parmalat, dove, al momento in cui scrivo, sono in fase di costruzione le barriere protezionistiche contro l’assalto mercantile del capitale francese.

Ma si sa… il protezionismo è una parolaccia solo se serve per screditare un regno che non ha fornito adeguati alibi al Piemonte.

 

Conclusioni

In un’appendice che si trova a metà libro, Zitara affronta un tema che la morte gli ha impedito di approfondire, ossia quella del socialismo del Sud, un socialismo di ordine “privatistico” i cui confini Nicola li aveva ancora in fase di elaborazione. Un ragionamento che parte però da molto lontano nel tempo, ma da molto prossimo nella struttura del pensiero zitariano. Una vecchia intuizione risalente al suo saggio L’unità d’Italia: nascita di una colonia, una velata polemica con l’analisi di Gramsci[12]: «ci è più facile cogliere la debolezza dell’analisi gramsciana. Certo è senz’altro esatto che il Nord era (ed è) una piovra nei confronti del Sud, anzi è questo che mi sono sforzato di dimostrare. Ma la frattura tra proletariato settentrionale e meridionale non dipende da un non capire o da un non aver capito. Non solo il proletariato settentrionale, ma anche i partiti ufficiali ed extraufficiali della sinistra italiana, a più di trent’anni dalla morte di Gramsci hanno capito benissimo. Solo che essi non possono, e giustamente, servire due altari. Cioè, in parole povere, gli interessi del proletariato settentrionale, nella prassi attuale, come in quella di ieri, e l’abbiamo visto, sono inconciliabili con quelli del proletariato meridionale»[13].

Per ritornare a L’invenzione del Mezzogiorno, Zitara sviluppa e consolida il suo ragionamento sulla scorta anche degli esiti del pensiero di Salvemini: «Avendo l’Italia al suo interno almeno due formazioni sociali marcate da fortissime diversità, l’azione politica dei partiti di sinistra è stata condizionata dai settori più compatti ed avanzati della classe lavoratrice. In parole povere, detta azione è andata più o meno bene al Centro-Nord, ed è stata un autentico disastro al Sud. Il tentativo di omologare gli interessi delle masse meridionali con quelle dell’aristocrazie operaie ha avuto carattere puramente retorico, non avendo avuto la lotta per le terre altro serio seguito che l’emigrazione. Il contenuto primario ed ineludibile di un’azione politica di sinistra, al Sud, è la liberazione, che costituisce il passaggio obbligato per sfrenare le forze della produzione, appagare il bisogno di occupazione e di reddito e conferire alle masse la consapevolezza del proprio peso politico».

Io non so dirvi se la soluzione che Nicola Zitara ha individuato negli ultimi scritti, ossia un ritorno ai confini ante 1861 e la prospettiva di avviare una riforma dello Stato in chiave di “socialismo privatistico” basata «sul libero produttore mercante di se stesso, sulla coincidenza del numero delle aziende con il numero dei lavoratori, su un uomo libero da padroni che collabora socialmente alla produzione»[14] sia la premessa per riscrivere la storia del meridione; non lo so perché a Nicola la morte non ha dato il tempo necessario per sviluppare la sua originalissima teoria, ed anche perché mi resta, onestamente, difficile pensare un ridisegno geopolitico dell’Italia non foss’altro per il mio pensare internazionalista che farebbe volentieri a meno di qualsivoglia frontiera. So per certo che la spinta necessaria debba scaturire dal prendere coscienza della nostra libertà di pensiero e dalla nostra capacità non solo di custodire la memoria ma di farla vivere quotidianamente, dedicando parte del nostro tempo alla costruzione di un’Italia più giusta, un’Italia libera dai condizionamenti di casta, di razza, di pseudoappartenenza.

Ripensare il Risorgimento, restituire alla verità storica i fatti che hanno determinato il paese che oggi è sotto gli occhi di tutti, significa ricostruire quella verità storica, «il processo di formazione delle condizioni e dei rapporti internazionali che permetteranno all’Italia di riunirsi in nazione e alle forze interne nazionali di svilupparsi ed espandersi»[15], esse «non sono da ricercare in questo o quell’evento concreto registrato sotto una o altra data, ma appunto nello stesso processo storico per cui l’insieme del sistema europeo si trasforma»[16].

Il resto, le feste, i lamenti, gli strepiti e le passerelle di vip sono “non argomenti”, sono pervicaci operazioni di falsificazione del processo storico di trasformazione da cui nacque l’Italia nella logica del principe di Salina: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»[17].

Roma, 11 aprile 2011

                                                                                              Enzo Di Brango


 

[1] Salvemini, G. Le origini della reazione (1898, 1932) in Castelli, A. (a cura di) L’unità d’Italia, pro e contro il Risorgimento, e/o Edizioni, novembre 2010, pag. 117.

[2] Nicola Zitara si è spento il 1° ottobre 2010.

[3] Le citazioni tratte dal libro che stiamo commentando non saranno, ovviamente, segnalate in nota.

[4] Di Brango, E. La dualità del Risorgimento e l’unità d’Italia, saggio seminariale Università “La Sapienza” Dipartimento di Filosofia, corso di Laurea in “Analisi di dati in Economia Applicata”, 25 marzo 2011, pag 3.

 

[5] Si tratta del famoso incontro tra re Vittorio e Garibaldi che la storiografia di parte ha “spostato” nel più foneticamente accettabile Teano. Quel giorno l’”obbedisco” di Garibaldi coincise con il passaggio della causa rivoluzionaria unitaria nelle mani della classe dominante.

[6] Salvemini, G., cit. pag. 119.

[7] Wikipedia, enciclopedia on-line, http://it.wikipedia.org/wiki/Corso_forzoso, il 10 aprile 2011

[9] Tant’è che Zitara chiosa: «I soci fondatori della Nazionale, liguri e piemontesi, continuarono ad avere la maggioranza azionaria fino alla consunzione della società e il suo risorgimento come Banca d’Italia. A compenso degli incommensurabili meriti degli antenati, i loro discendenti sono tuttora i soli soci privati della lustrissima Banca d’Italia e si prendono la loro bella parte di utili».

[10] Di Brango, E. La dualità del Risorgimento, cit. «La nascita della colonia del sud che la munificenza della ricca lingua italiana ha trasformato nella più delicata e spendibile “Questione Meridionale”», pag. 5.

[11] In Abbate, M. L’alternativa meridionale, Basilicata editrice, 1968.

[12] Che, ricordiamo, scrisse quasi tutte le sue elaborazioni sul meridione d’Italia in posizione “costretta”, detenuto della dittatura fascista, senza grandi disponibilità di libri e di conoscenze del territorio.

[13] Zitara, N. (scritto nel 1971) L’unità d’Italia: nascita di una colonia, Jaca Book editore,ed. 2010, pag. 152.

[14] In Wikipedia.org alla voce “Nicola Zitara”.

[15] Gramsci, A., Il Risorgimento, op. cit. pag. 40.

[16] Ibid.

[17] Tomasi di Lampedusa, G. Il Gattopardo, Feltrinelli editore, 1999.

 

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